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Maborosi - I bagliori dell'anima
Il cinema di Hirokazu Kore’eda, oggi riconosciuto tra i più grandi registi umanisti del panorama internazionale, nasce sotto il segno di un’ombra densa, quasi impenetrabile, eppure attraversata da bagliori di una bellezza straziante. Maborosi (1995), suo esordio nel lungometraggio di finzione dopo gli inizi documentaristici, non è soltanto un film sulla perdita, ma un’indagine fenomenologica sul mistero dell’abbandono e sulla persistenza del visibile oltre la soglia del dolore.
Riguardando ora questo film – da oggi, 14 maggio, per la prima volta nelle sale italiane – se ne può rintracciare immediatamente la filiazione nobile: quel “pedinamento” dell’anima che guarda a Hou Hsiao-hsien (qui riferimento estetico primario) e, inevitabilmente, al rigore compositivo del maestro supremo Yasujirō Ozu.
Tuttavia, Kore’eda si smarca con disinvoltura dal rischio dell’epigonismo calligrafico per fondare una propria poetica dello sguardo, dove lo spazio non è mai semplice fondale, ma proiezione di un’interiorità ferita.
La storia di Yumiko (Makiko Esumi, sfinge bellissima) è un percorso circolare che tenta di spezzare la catena di sparizioni che segna la sua vita: prima la nonna, svanita nel nulla verso il villaggio natio, poi il marito Ikuo, travolto da un treno in un gesto che oscilla ambiguamente tra l’incidente e il suicidio volontario. Kore’eda sceglie di non filmare l’urlo, ma il silenzio che ne consegue. La macchina da presa resta quasi sempre a distanza, osserva le silhouette muoversi in ampi quadri fissi, spesso in penombra, come se la pellicola stessa faticasse a trattenere la luce di un mondo fattosi improvvisamente estraneo.
Il passaggio dalla verticalità urbana di Osaka, fatta di riflessi metallici e rumori sferraglianti, alla solitudine orizzontale del villaggio costiero di Uniumachi, a pochi chilometri dalla città di Wajima, segna la seconda parte del film. Qui, nel matrimonio combinato con Tamio, Yumiko cerca una pacificazione che non può darsi se prima non viene decifrato il “perché” dell’assenza. Ed è a poco a poco che il titolo originale, Maborosi no Hikari (la luce fantasma, il miraggio), rivela la sua natura metafisica. Esiste una luce, ci suggerisce il regista, che attira a sé i naviganti e i disperati, un richiamo dell'abisso che non ammette spiegazioni razionali.


Maborosi - I bagliori dell'anima
Formalmente, Maborosi – premiato alla Mostra di Venezia con l’Osella d’oro alla migliore fotografia (Masao Nakabori) – è un'opera di precisione millimetrica: Kore’eda lavora sui contrasti cromatici e sulle geometrie delle inquadrature con una compostezza commovente per un debuttante. I neri sono profondi, vellutati, mangiano i contorni delle figure suggerendo un senso di oppressione che solo il paesaggio marino riesce a mitigare. Le musiche del taiwanese Chen Ming-chang, essenziali e malinconiche (quanta meravigliosa affinità con l’importanza che avevano le colonne sonore di Zbigniew Preisner per il cinema di Kieslowski o quelle di Joe Hisaishi per il primo Kitano...), punteggiano il tempo dell’attesa, trasformando il lutto in una forma di meditazione trascendentale.
Ciò che colpisce maggiormente, ulteriore marchio di fabbrica che caratterizzerà poi il cammino straordinario del cineasta Palma d’Oro nel 2018 (Un affare di famiglia), è il saper sempre mantenere un nobile pudore: non c'è mai voyeurismo nel dolore di Yumiko. Il dolore è piuttosto una stratificazione di gesti quotidiani, di sguardi rivolti verso un orizzonte troppo vasto per essere compreso. Il film vive di una stasi apparente, in cui la narrazione procede per sottrazione, lasciando che siano le variazioni della luce solare e il fragore delle onde a raccontare il tumulto interno della protagonista.
In questa epopea del quotidiano, Kore’eda ci consegna una riflessione universale sul senso della fine e sulla necessità di convivere con il vuoto. Il cinema, in questo senso, diventa lo strumento per dare corpo ai fantasmi, non per scacciarli, ma per accoglierli nella trama della realtà. Maborosi è un'opera che richiede tempo, che esige un respiro lento, lo stesso respiro di chi cammina sulla battigia aspettando che il mare restituisca una risposta che, forse, non arriverà mai.
Un esordio che è già un vertice, già manifesto estetico: un cinema, quello di Kore’eda, che cura le ferite osservandole con la pazienza del tempo e la sacralità dello spazio. Un film che non ha paura dell’oscurità perché sa che solo dentro di essa è possibile scorgere quel barlume, quel maborosi che ci tiene legati, nonostante tutto, al mistero della vita.
L'uscita di Maborosi - I bagliori dell'anima inaugura la rassegna Riflessi dell'invisibile - I primi capolavori di Kore-eda Hirokazu di BiM Distribuzione che porta sul grande schermo i film del regista mai usciti nel nostro paese: seguiranno Nobody knows - Come si diventa adulti (evento 25, 26, 27 maggio), Still Walking - Camminando un giorno d’estate (evento 15, 16, 17 giugno), After life - Qual è il tuo ricordo più bello? (29, 30 giugno e 1 luglio).
