Lebanon

L'israeliano Maoz e la guerra vista da un carro armato. Tra etica e metacinema, il Leone d'oro è un bel film a cui manca il guizzo del capolavoro

23 Ottobre 2009
4/5
Lebanon
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La guerra vista da un carro armato. E’ Lebanon dell’israeliano Samuel Maoz, Leone d’oro all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. La guerra è quella tra Israele e Libano, giugno 1982. Il carro armato guidato da quattro inesperti ragazzi ebrei – Shmulik l’artigliere (Yoav Donat), Assi il capocarro (Itay Tiran), Hertzel il servente (Oshri Cohen) e Yigal il pilota (Michael Moshonov) – incaricati di perlustrare una città nemica bombardata dalle truppe israeliane. “Una passeggiata”, li incoraggia il durissimo luogotenente Jamil (Zohar Strauss). Una valutazione affrettata, a conti fatti. Nel giro di qualche ora la missione sfuggirà di mano al suo comandante, mentre il carro armato si ritroverà isolato in una trappola mortale. Discesa all’inferno, racconto di formazione, riflessione sul vedere e le sue responsabilità. Delle tre Maoz sembra privilegiare l’ultima, mettendo in scena non la guerra ma lo sguardo sulla guerra e girando tutto (salvo qualche raro controcampo) all’interno di un carro armato, vera e propria camera oscura provvista di schermo (il mirino mobile) e spettatore (l’artigliere Shmulik). L’artigliere partecipa allo spettacolo bellico come farebbe il pubblico da casa: la sua visione è sempre parziale, le sue reazioni un misto d’orrore e fascinazione (questo spiega l’atteggiamento voyeuristico dell’artigliere nei confronti di alcuni dettagli, vedi la donna nuda per strada). Se il resto è deja-vu (ma i cliché rispondono al bisogno d’astrazione della regia), l’insieme è un pò calcolato. Con un autentico momento di umanità nel finale (quando il capitano aiuta il prigioniero siriano a urinare), un originale tocco sci-fi nella messa in scena (cos’altro è se non “liquido alieno” quello che cola dalle pareti del carro, a simboleggiare l’ignoto verso cui ogni uomo in guerra corre) e una morale chiarissima: dietro il mirino di Shmulik non c’è solo il nostro occhio, ma la mano che preme il pulsante. E spara.

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