Uno degli spartiacque della carriera di Antonio Albanese è stata la sua interpretazione (magnifica) nel profetico L’intrepido di Gianni Amelio. In quell’occasione il pubblico ha scoperto lati inaspettati del suo talento, ed è iniziata una nuova fase parallela del suo cinema. “Le parole sono importanti”. Lo urlava Nanni Moretti in Palombella rossa, e anche Antonio Albanese dimostra di seguire la linea. Con parole sue, ha creato uno dei titoli più belli degli ultimi anni: Uomo d’acqua dolce. C’è la poesia, l’essere umano, l’inadeguatezza, la fragilità. E la voglia di osare da parte di un attore e regista che non si accontenta, e sceglie spesso (oggi cosa rara) di osare.

Albanese aveva stupito con Cento domeniche, dove si era concentrato sul sistema che schiaccia il singolo. Oggi con Lavoreremo da grandi torna alla commedia leggera, ma comunque agrodolce. E soprattutto abbraccia il luogo che lo ha generato: il lago. Ancora una volta è dietro e davanti la macchina da presa. Interpreta un padre fallito. È in bolletta, rischia di perdere la casa. Ha fatto implodere l’azienda di famiglia, compone musica contemporanea che nessuno vuole ascoltare. Alle spalle ha storie d’amore naufragate, e i figli non stravedono per lui. Al calar del sole esce per una serata alcolica. Mentre guida investe qualcosa (in macchina non è da solo), e da quel momento si scatena il finimondo.

Il racconto è “tutto in una notte”, i sorrisi sono anche a denti stretti. Ma è interessante vedere come Umberto sia un personaggio in relazione con le molte maschere create da Albanese. È l’opposto di Ivo Perego, di Cetto La Qualunque. Conserva alcuni tratti di Epifanio, gli manca la sicurezza di Mino Martinelli, rischia di diventare come Pacifico: un dimenticato. Di sicuro uscirebbe con Alex Drastico, mentre non amerebbe i metodi di Rodolfo Favaretto. Inquadrando il dipinto generale, ci si rende conto di come il cinema di Albanese riguardi molte umanità diverse, tutte molto vicine a noi.

E anche qui il titolo non è scontato: Lavoreremo da grandi. È una sconsolata ammissione, una consapevolezza che racchiude ancora la mancanza di una vera identità. Ogni personaggio è in cerca d’autore, brilla nella sua imperfezione e rischia di affogare nell’acqua dolce. E quindi le gag hanno un sapore diverso, la risata è trattenuta (non sempre, s’intende). Umberto e i suoi amici vorrebbero un futuro migliore, ma sono bloccati nelle loro piccole realtà. Chi ha perso la zia passa le sue ore sbronzo a dormire, chi esce di prigione prova a non rientrare, chi fa l’idraulico è assediato dai clienti a ogni ora, e non si è ancora affrancato dai genitori.

Lavoreremo da grandi diventa quindi una radiografia dell’arte di Albanese, in cui il creativo ragiona su sé stesso, forse anche sui suoi timori, per rivolgersi a una dimensione lacustre che insegue una rinascita perduta.