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Laura Betti, una disperata vitalità
Laura Betti, chi era costei? Con ragione e sentimento, desiderio e riconoscenza, il regista Peter Marcias prende a schiaffi l’oblio e ci consegna un’artista “coperta di divieti di tutti i minori o i maggiori di 40 anni, tutto”, una auto-confessa “pantera, una che ti piglia per la cravatta e ti dice: ‘Guarda che io ti riduco a pezzettini’ - poi magari vuoi essere tu ridotta a pezzettini e magari con dolcezza”.
È Laura Betti, una disperata vitalità, documentario che dopo l’anteprima alla XXI Festa del Cinema di Roma arriverà sul grande schermo con Cineteca di Bologna nella primavera del 2027 in coincidenza con il centenario della nascita (1° maggio 1927, Casalecchio di Reno) della cantante, attrice, scrittrice e provocatrice.
L’epifania è subito belligerante, Betti costringe Moravia a provvederle il testo per una canzone, Amare vuole dire mentire, ma non le basta, e affonda il colpo sotto la cintola: “Il meno dotato di tutti, non capiva un ritmo, una rima”. Nel 1959 Giro a vuoto trova il cabaret, e lei conturbante, di più, fatale il soprannome “la giaguara”, complice calzamaglia e altre sensualità. Anche qui, l’ingiuria, diciamo la critica acerrima, non è omessa: “In Italia non esiste una tradizione di canzoni, diciamo, realiste, intellettuali come in Francia”.
Vi chiederete, ma Pasolini? Pier Paolo scrive per lei, è il primus inter pares degli intellettuali “al suo servizio”, e diventerà tutto: Betti lo ricambierà fin dopo la morte, “tenendo aperta la ferita”, rigettando “la verità ufficiale assurda” sul suo assassinio e risparmiandogli “la storia letteraria, che è un poderoso meccanismo di anestetizzazione”.
Le osservazioni sono della preminente talking head del documentario, Emanuele Trevi, che Betti la conosce bene, molto bene tanto da dedicarle il libro Qualcosa di scritto, e sgamarla, smagarla nel profondo: “Era una persona che aveva una grossa riserva di violenza, e anche al cinema la rivolge contro sé stessa”.
In tv non è da meno, la sincerità è corrosiva, l’autodafé sistematico, l’attitudine scellerata: sulla Rai svela come l’indomani abbia portato - invano, non era d’oro - al banco dei pegni la Coppa Volpi vinta a Venezia per Teorema (1968) di PPP. Non bastasse, riporta lo sbigottimento degli astanti alla proclamazione: “Volevano la francese, non una cagna”.
Nessuno come lei, le fu “fondamentale essere la prima, la numero uno”, rileva Sandro Avanzo, malgrado il costante autosabotaggio, il rifiuto delle buone maniere per un bene più grande, carsico e oltraggioso. “Si è sempre battuta contro il suo successo, da artista liberissima, avanguardia della modernità, come Fellini la figurò nel finale de La dolce vita”, la fotografa Gian Luca Farinelli da incollocabile quale è.
“Dietro la bruscaggine, l’aggressività – precisa Giovanna Gagliardo – sapeva sempre tenere in mano il rapporto, non ti lasciava mai”, e figuriamoci l’adorato PPP, di cui in un paese orribilmente sporco bracca “persecutori ed esecutori del linciaggio”, inchiodando al muro, anche questo di gomma, “la non fortuita alleanza tra stampa e magistratura, le piste nere in trent’anni”.
Sarebbe, è più che sufficiente, ma Marcias ha in serbo un fondamentale slittamento di senso, giacché in parole, opere e missioni intende “scardinare lo stereotipo che la riduce a mera custode della memoria di Pasolini, restituendole la sua totale autonomia artistica e intellettuale”.
Gli occhi ferini, la meraviglia agita e sofferta, l’ipotesi condannata all’antitesi, l’assertività feroce, la dialettica fanciulla, Betti è morta nel 2004, in questi vent’anni è stata sconsiderata, irrisa, fraintesa e vilipesa, per lo più dimenticata. Una disperata vitalità le riaffida tutto quello che è suo, e quello che è nostro, quello che ci ha dato: Betti lei.
