Teatro e realtà carceraria vivono un connubio inestinguibile, almeno al cinema. I fratelli Taviani con Cesare deve morire hanno trionfato alla Berlinale. Negli ultimi anni anche Antonio Albanese ha interpretato un attore in bolletta che inseguiva l’arte all’ombra delle sbarre. Il titolo era Grazie ragazzi di Riccardo Milani. Adesso la catarsi artistica all’interno di un penitenziario è al centro dell’esordio di Massimiliano Gallo dietro la macchina da presa. In La salita al centro della narrazione troviamo l'incontro tra i detenuti del carcere minorile di Nisida ed Eduardo, in una Napoli degli anni Ottanta scossa dal bradisismo e dalle difficoltà sociali.

Siamo nel 1983. La prigione femminile di Pozzuoli viene chiusa, diciotto detenute arrivano a Nisida. La struttura non è organizzata per ospitare gli attuali inquilini e le donne, e i problemi non tardano a esplodere, tra cui anche una sommossa generale. Qui si crea un legame speciale tra un ragazzo forse sulla via della redenzione, Emanuele, e Beatrice, la vedova di un camorrista. Lei è in cerca di vendetta, lui di un posto nel mondo. Intanto Eduardo, ormai oltre gli ottanta, gestisce un laboratorio teatrale, e organizza uno spettacolo in cui tutti sono coinvolti. Da non perdere è il suo vero discorso, figlio di materiale di repertorio, che scorre durante i titoli di coda.

Gallo racconta il potere salvifico dell’arte, che diventa l'unica vera chiave per aprire le celle, reali o mentali, di chi è rimasto indietro. Il regista mescola senza difficoltà volti noti a giovani esordienti, in un racconto corale dove emerge una Napoli lontana dai soliti cliché criminali. È una città fatta di silenzi e di attese.

Il regista evita le inquadrature da cartolina e si concentra sull’espressività dei volti, cercando di dare un senso concreto alla possibilità di una seconda vita. Parola e immagine trovano una loro armonia, e Nisida diventa un grande palcoscenico. Ogni battuta è un passo verso un futuro migliore, ricco di speranza.

La salita è un film sincero, che conferma come la carriera di Massimiliano Gallo sia davanti a una svolta importante. Non ha scelto la strada più facile, ma ha affrontato una "salita" verso una nuova consapevolezza artistica, realizzando un’opera prima che riesce a emozionare. Ci ricorda che la cultura non è un accessorio, ma uno strumento di sopravvivenza, lasciando presagire che questo sia solo l'inizio di un percorso solido e consapevole. Buona la prima, in attesa della seconda.