“Conta come ti vedono gli altri”. È la chiave di lettura di La donna più ricca del mondo: la pronuncia un fotografo alla protagonista, cambiando completamente la sua vita, oltre che la propria. Infatti, il film diretto da Thierry Klifa - in sala dopo il fuori concorso di Cannes 2025 e la presentazione al Festival del nuovo cinema francese di Roma - è ispirato a una vera storia che rielabora cambiando i nomi e poco altro: si narra di Marianne, la donna del titolo interpretata da Isabelle Huppert, erede di una potente ditta di cosmetici che subisce l’adulazione e il fascino di Pierre-Alain (Laurent Lafitte), il fotografo di cui sopra, il quale costruisce un’immagine pubblica vincente per l’imprenditrice e si fa ripagare da donazioni, regali, investimenti che finiscono per allarmare la famiglia.

Klifa, insieme a Cédric Anger e Jacques Fieschi, si ispira al caso Banier-Bettencourt che tenne banco su giornali e riviste d’Oltralpe tra gli anni ’80 e ’90, arrivando a conclusione giudiziaria solo nel 2016, per farne non un thriller o un dramma processuale, ma per raccontare il rapporto di una donna di potere con sé stessa, con il denaro e con quel potere.

La donna più ricca del mondo
La donna più ricca del mondo

La donna più ricca del mondo

Strutturando il racconto per interviste, come se fosse un documentario, ma con un retrogusto da interrogatorio - infatti il film si apre con la retata della guardia di finanza per poi procedere a ritroso, il film racconta di un’ereditaria che non ha alcun interesse per la ricchezza che le è capitata, sa gestirla e farla fruttare, ma non combatte per essa, anzi pare quasi viverla come una gabbia, da cui ipocritamente cerca di fuggire proprio nel rapporto con Pierre-Alain, un’amicizia interessata, ma che paradossalmente resta sincera e “pura” proprio per questo.

Klifa racconta lo sguardo manipolatorio della ricchezza e il filtro che essa apporto allo sguardo dei ricchi, cerca di riflettere sull’importanza dell’immagine e della sua costruzione, ragiona su cosa significhi farsi guardare nel capitalismo moderno, come la persona pubblica sia indice di salute economico-finanziaria (c’è un accenno, purtroppo non approfondito, sul passato del marito di Marianne come collaborazionista di Vichy, raccontato attraverso l’ascolto dei telegiornali) più dei libri contabili; per questo, appare sensata la decisione del regista e del direttore della fotografia Hichame Alaouié di restituire una dimensione estetica da rotocalco.

PORTRAITS CABINET D'AVOCAT_MANUELMOUTIER
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La donna più ricca del mondo (Manuel Moutier)

Peccato che in quella dimensione resti anche la narrazione, facendo mancare profondità al discorso, lasciando i protagonisti a navigare a vista dentro i cliché, soprattutto Lafitte che, pur portandosi a casa il César, sembra mimare e imitare la versione del gay vista ne Il vizietto; lo stesso Klifa vi rimane incastrato, indeciso tra ricostruzione fedelmente cronachistica e artificio narrativo esposto, e soprattutto, non riesce a gestire al meglio i tempi e toni del racconto, specie verso il finale, si rilassa, si sfilaccia e perde interesse proprio quando la tensione dovrebbe portare a una stretta.

La donna più ricca del mondo è uno di quei film che una volta avremmo definito “medi”, basati su una bella storia e su bravi attori, uno di quei tipi di produzione che sanciscono la salute di un’industria e di una cinematografia (e che quella francese stia bene, al netto dei problemi congiunturali, è fuori di dubbio); questo tenta anche di emanciparsi dagli schemi convenzionali, dai codici di racconto per cercare una strada più peculiare, ma l’eccessiva lunghezza e confidenza nei propri interpreti, i quali va detto sono bravi, ma lavorano su binari confortevoli, specie Huppert, impediscono il successo completo. Ed è un’impressione, un’apparenza, su cui Klifa al contrario di Pierre-Alain non riesce a operare più di tanto.