Khorshid (Sun Children)

Majid Majidi condanna lo sfruttamento minorile, un mondo ingiusto. Le intenzioni sono nobili, ma i toni sono convenzionali e l'indagine resta in superficie. In concorso a Venezia 77

6 Settembre 2020
2/5
Khorshid (Sun Children)

L’iraniano Majid Majidi è il regista dei bambini. Lo avevamo già visto specialmente con I ragazzi del paradiso e Il colore del paradiso. Si schiera dalla parte dei più piccoli, difende le realtà disagiate, descrive la vita delle strade, di chi è sfruttato. Negli anni Majidi ha abbandonato, ma non del tutto, alcuni eccessi, come i ralenti in Baran. Oggi è in concorso alla Mostra di Venezia con Khorshid.

Il suo sguardo verso le nuove generazioni è apprezzabile. L’obiettivo è condannare lo sfruttamento minorile. I suoi protagonisti hanno al massimo dodici anni, e cercano di mantenere le famiglie aiutando in qualche garage e commettendo dei furtarelli. Un giorno scoprono che, sotto a un’associazione/scuola benefica, si nasconde un tesoro. Così si iscrivono alle lezioni, e iniziano a scavare.

Si sentono gli echi di I Goonies. L’espediente avventuroso dovrebbe far presa sul pubblico e portarlo a riflettere sul classismo, sugli abusi che i più deboli devono sopportare. Ma i toni sono spesso ricattatori, il “messaggio” troppo costruito, e la patina dolciastra vanifica ogni accento di sincerità.

Majidi torna ancora su un tema a lui caro: quello dei profughi afgani in Iran. Discriminati, costretti alla povertà, senza una casa. L’integrazione è un processo che parte dai banchi, dagli insegnanti. Il più dotato della classe non può sostenere l’esame di matematica perché i genitori hanno scelto di spostarsi di nuovo in Afghanistan.

Il regista fotografa un mondo ingiusto, ma resta in superficie. Senza andare troppo lontano, nel 2014 dal Brasile era arrivato Trash di Stephen Daldry, ambientato nelle favelas. Anche lì al centro c’era un gruppo di bambini, e il “tesoro” era il portafoglio di un malavitoso, da cui poi bisognava proteggersi. Il bottino da raggiungere era la metafora di un universo giusto, dove l’uguaglianza e il rispetto sono gli unici principi regolatori. Majidi ripete più o meno lo stesso concetto, col piglio di un film di genere e un montaggio a effetto.

ll racconto è anche frenato da una ripetitività di soluzioni parecchio convenzionali. Il giovane protagonista incontra sempre nuovi ostacoli, anche naturali: terra, lastre di pietra, la furia della pioggia. E non manca la nota più scontata: uno dei suoi amici è bravo col pallone, e pensa che un giorno potrà giocare in nazionale, diventando ricco. Un’occasione persa.

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