Io sono leggenda

L'Apocalisse malata di Lawrence nella Grande Mela infestata di simboli. Smith novello Robinson Crusoe

11 Gennaio 2008
Io sono leggenda
Will Smith in
Io sono leggenda

Un’ora di grande cinema. I copertoni della Ford Mustang “fumano” tra Madison Square Park e Wall Street. Un cimitero di automobili abbbandonate, la vegetazione che prolifera in strada – vera giungla d’asfalto -, due leoni che braccano un cervo in fuga. La Grande Mela si offre così: marcescente, bucata, letteralmente divorata. A scrutarla gli occhi di un uomo, unico sopravvissuto nel genocidio pandemico che ha colpito la città, più quelli del suo cane. La vista desolata e desolante di Robert Neville – una specie di Robinson Crusoe urbano – a replicare la nostra: spettatori delle rovine d’Occidente. Il lavoro sulle scenografie (di Naomi Shohan) è una delle cose più interessanti di questo Io sono Leggenda diretto da Francis Lawrence, terza versione per il cinema del famoso romanzo di Matheson. Ma non l’unica. Prima di riconsegnarsi nel finale alla più scontata cornice di genere – un horror con zombie inferociti che bruciano al sole come vampiri, situazioni banali e incongruenze di sceneggiatura – il film aveva già ripagato abbondantemente il prezzo del biglietto. Non tanto per come riesce a costruire uno stato d’angoscia permanente giocando sulla duplice dialettica Luce/Buio, Silenzio/Rumore; non solo in virtù dell’ottima performance di Will Smith (e del cane), o per come riesce a intercettare gli umori dell’odierna pastorale americana di una conciliazione tra Fede e Ragione, Dio e Scienza. Ma soprattutto perchè, operando un felice sincretismo di diverse produzioni recenti – da 28 giorni dopo a I figli degli uomini-, si pone come potente dispositivo simbolico, di ossessioni e paure contemporanee. Un tempo, il nostro, “che persegue consapevolmente la salute ma in effetti crede solo nella realtà della malattia” scrive Ugo Volli. E allora ecco l’epidemia, rappresentante metonimico dell’avvento apocalittico; ecco il virus, incubo dell’invisibile infiltrazione terroristica nel “corpo” sociale. Ed ecco infine l’infetto, metafora dell’individuo privo di una sua integrità psico-fisica, che più non dispone di sé, prigioniero in qualche misura della sua infermità. Dunque, niente di buono sul fronte Occidentale? Non proprio. Perchè, ci vuol dire lo script, “finchè c’è qualcuno disposto a morire c’è speranza”. L’importante è non confondere le bombe a mano con le leggende, i kamikaze con i martiri.

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