Illegittimo

Aborto e incesto in formato famiglia: il romeno Adrian Sitaru fa professione di scomodità. Complesso e controverso

21 Marzo 2018
3,5/5
Illegittimo

Il cinema o è scomodo o non è. Se l’assunto regge, Illegitimate del romeno Adrian Sitaru, uno e trino (questo film, Fixeur e una poltrona nella giuria principale) al 34° Torino Film Festival del 2016, è cinema in purezza, perché assesta un uno-due disturbante trattando altrettanti temi ultra-sensibili, l’aborto prima e l’incesto poi, in formato famiglia.

Già in cartellone al Forum della Berlinale, il quarto lungometraggio di Sitaru, anche sceneggiatore con Alina Grigore, inquadra la famiglia Anghelescu, ovvero il padre Victor (Adrian Titieni) e i suoi figli Sasha (Grigore), Romeo (Robi Urs), Cosma (Bogdan Albulescu) e Gilda (Cristina Olteanu), che vive riunita in una grande casa a Bucarest. Ma stabilità e felicità sono solo apparenti: durante una cena come tante, in cui il pater familias discetta di tempo, vita e morte (“Chi controlla il tempo sarà il nuovo Dio” e altre quisquilie), la situazione precipita, Victor diviene il bersaglio delle domande e degli strali della prole, che gli chiede conto del perché sotto Ceausescu abbia denunciato donne che volevano abortire. La questione non ha mera denotazione ideologico-morale, bensì connotazioni pragmatico-familiari: i gemelli Sasha e Romeo non condividono solo la stanza…

Materia incandescente, drammaturgia piana e ancor più straniante, con viraggio quasi fantascientifico, comunque distopico à la Yorgos Lanthimos: Illegitimate cuoce a fuoco lento, passando dalla padella (aborto) alla brace (incesto) senza soluzione di continuità, ovvero facendo dell’osceno la scena stessa senza gridare allo scandalo, bensì addebitandoci tutte le responsabilità, in primis di osservazione e di posizione (morale).

 

La vera scomodità è proprio questa, ma se la volontà di non giudicare dall’esterno bensì di portarci in famiglia è apprezzabile, non altrettanto lo sono alcuni espedienti – scene madri risparmiabili, semplificazioni psicologiche e finte “sorprese” – intesi ad affermarla: non aiuta nemmeno la recitazione, spesso troppo enfatica e didattica, e il finale a tirar via tradisce una certa – e come altrimenti? – irresolutezza ideologica, ancor prima che poetica.

Nondimeno, Illegitimate ci rammenta come accettabile e inaccettabile, permesso e proibito siano anche, se non soprattutto categorie sociali e, dunque, negoziabili e non inconfutabili: questione di tempo?

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