Il primo uomo

Gianni Amelio sulle tracce di Albert Camus, per ritrovare se stesso. E regalare un'altra grande pagina di cinema

18 Aprile 2012
4/5
Il primo uomo
Il primo uomo

1957, il famoso scrittore Jacques Cormery (Jacques Gamblin) torna ad Algeri per mettersi “sulle tracce” del padre, caduto nella prima guerra mondiale, di fatto mai conosciuto. Nel pieno dei tumulti antifrancesi, l’uomo avrà modo di spiegare le proprie idee sull’indipendentismo arabo (che passi sì attraverso la rivoluzione, affrancandosi però dal terrorismo) e compiere un cammino a ritroso, grazie all’incontro con l’anziana madre (Catherine Sola), il vecchio maestro di scuola (Denis Podalydès) e altre figure chiave della sua formazione: il ricordo ce lo riconsegna bambino (Nino Jouglet), nell’Algeria degli anni ’20, povero, allevato dall’amore materno (Maya Sansa) e dalla severità di una nonna d’altri tempi (Ulla Baugué). Quando lo sguardo sul mondo era ancora quello portato da un essere ideale, puro. Da un primo uomo.
Gianni Amelio entra nel romanzo postumo di Albert Camus, autobiografia del grande scrittore, filosofo, saggista francese, sovrapponendo all’infanzia dell’autore le numerose coincidenze del proprio passato: il respiro che arriva dallo schermo è quello di un film tanto sofferto quanto misurato, svincolato dal “calcolo” di una narrazione a tesi ma allo stesso tempo calibrato in ogni singolo dialogo, o movimento di macchina. Non una novità, certo, quando si tratta delle opere di Amelio, forse unico vero erede di Luigi Comencini per quello che riguarda la sensibilità nell’inquadrare la realtà con gli occhi di un bambino: sensibilità che il regista calabrese non abbandona neanche quando si tratta di “storicizzare” le differenti posizioni sul colonialismo francese in Algeria. E’ un film che non si nasconde, Il primo uomo, ma che riesce ugualmente a non rimanere schiavo delle sue immagini, aumentando di senso attraverso la semplicità di un dialogo, o di un gesto: lo si intuisce dal modo in cui Amelio affronta – anche grazie allo splendido lavoro sulle luci del direttore della fotografia Yves Cape – alcuni momenti nodali del racconto, uno su tutti il primo abbraccio tra lo scrittore e l’anziana madre, che lo spettatore conoscerà per la prima volta dalla nuca, riempiendo un vuoto nell’inquadratura, nello sguardo di Cormery, che nessun banale controcampo avrebbe mai colmato.

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