Il titolo è di certo evocativo, se non addirittura problematico o quantomeno fraintendibile, considerati gli accadimenti recenti sul fronte politico statunitense e ormai globale. Eppure ICE, MAGA e Donald Trump non hanno niente a che fare con l’ultimo giocattolone interpretato – tra gli altri – da Gerard Butler e Morena Baccarin. Dietro la macchina da presa, ancora una volta, Ric Roman Waugh, autore perlopiù di action a basso costo, ma non solo, il quale riunisce quasi per intero il medesimo team creativo del suo precedente e fortunatissimo disaster movie Greenland, spostando lo sguardo dal prima e durante la fine del tempo – e del mondo – a tutto ciò che viene dopo.

Greenland 2: Migration (2026) © 2026 Lionsgate
Greenland 2: Migration (2026) © 2026 Lionsgate
Gerard Butler as John Garrity, Morena Baccarin as Allison Garrity, and Roman Griffin Davis as Nathan Garrity in Greenland 2: Migration. Photo Credit: Courtesy of Lionsgate (Courtesy of Lionsgate)

Per questo, Greenland 2: Migration, svestitosi degli abiti – mai realmente logori né tantomeno stazzonati – da riuscito disaster movie intimista e spettacolare, si fa improvvisamente cinema post-apocalittico, con uno sguardo alle conseguenze effettive del riscaldamento globale e un altro alla ritrovata e ormai inossidabile unione familiare del nucleo Garrity. Nel capitolo precedente: infedeltà coniugali, ferite emotive mai realmente discusse e ruoli genitoriali da ridefinire. Qui, invece, accettazione dell’addio, inattesa venuta di figure messianiche e rincorsa d’un nuovo inizio.

Cinque anni dopo che la cometa interstellare Clarke ha distrutto la maggior parte della Terra e della civiltà, i Garrity e un altro centinaio, o poco più, di sopravvissuti si ritrovano costretti, loro malgrado, ad abbandonare il bunker sotterraneo in Groenlandia che li ha tenuti in vita fino a lì. I terremoti si susseguono tra loro e così improvvise tempeste elettromagnetiche. Come se non bastasse, l’aria si è fatta di giorno in giorno irrespirabile e le patologie da esposizione radioattiva sono aumentate sempre più, decimando l’umanità, giunta qui al suo grado più basso, violento e straziante. Laddove c’era acqua, ormai c’è soltanto cenere o terra, e viceversa. E laddove c’era vita, ora c’è morte, o poco più. La Francia, però, sembra essere l’unico baluardo di salvezza. Mentre qualcuno racconta il contrario, i Garrity tentano disperatamente di raggiungerla. C’è ancora vita alla fine del mondo?

Greenland 2: Migration © 2026 Lionsgate
Greenland 2: Migration © 2026 Lionsgate
Gerard Butler as John Garrity in Greenland 2: Migration. Photo Credit: Courtesy of Lionsgate (Courtesy of Lionsgate)

Verrebbe da dire For sure, citando l’attuale Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, ormai virale – seppur Trump faccia ben altri numeri – ma di certo in questo Greenland 2: Migration non c’è proprio niente. Dalla sopravvivenza dei Garrity, minata da un’incurabile patologia da esposizioni e da un insidioso viaggio nelle wastelands europee, alla possibilità ultima che dalla Francia l’umanità possa un giorno ripartire. Nonostante il John Garrity di Gerard Butler abbia ormai assunto una carica verosimilmente messianica, ricordando, e non casualmente, il Tom Cruise di M:I Saga, il viaggio dapprima in auto e poi a piedi della famiglia nelle terre perdute è animato tanto da tensione e adrenalina quanto da una parziale ma persistente sensazione di cupezza e tragicità.

Greenland 2: Migration © 2026 Lionsgate
Greenland 2: Migration © 2026 Lionsgate
Gerard Butler as John Garrity in Greenland 2: Migration. Photo Credit: Courtesy of Lionsgate (Courtesy of Lionsgate)

Da qui la scelta doverosa di Ric Roman Waugh di non celare affatto la condizione ineluttabile della morte e, più in generale, della fine, senza tuttavia escludere la spettacolarità tipica del disaster movie, messa in ombra, laddove presente, dalla disperazione effettiva degli ultimi giorni dell’umanità e da quell’imperitura e ingenua gentilezza dei predoni (e più in generale dei personaggi secondari), che se talvolta fa sorridere, alla lunga irrita e sconforta.

Prevedibilmente il post-apocalittico di McCarthy/Hillcoat, ma anche di Kassovitz, Michôd e Affleck, è assai distante. Qui non si respira mai a fondo il senso della fine. Lo si intravede, ma non c’è. Per questo Greenland 2: Migration, al netto d’un paio di sequenze realmente spettacolari – tra La tempesta perfetta di Wolfgang Petersen, The Day After Tomorrow e ancora 2012 di Roland Emmerich – manca d’affondo tragico e adulto, accennando raramente alla vivida e inospitale narrazione del dopo e restando rovinosamente legato al prima, che non può in alcun modo tornare a vivere. Specialmente se oscurato dalla cenere, dalla violenza dilagante e dall’assenza di emotività, ancora una volta annunciata e mai mostrata. Un post-apocalittico addomesticato sulla famiglia, per la famiglia. Meglio tornare a The Road o, al limite, ad Oblivion.