Girl

L’emarginazione e le crisi d’identità nel sorprendente esordio del belga Lukas Dhont. Camera d'Or al Festival di Cannes

25 Settembre 2018
3,5/5
Girl

“Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della mia vita”. Lo scriveva il filosofo Paul Nizan quasi un secolo fa, e il suo pensiero resta universale. È la storia di Lara, che i mitici venti li vede come un miraggio. Lei ha passato da poco i quindici, ma odia il corpo che abita, perché non è il suo.

È una donna con le sembianze di un uomo. Non sopporta il suo riflesso nello specchio, cerca di nascondersi dagli sguardi indiscreti dei suoi coetanei. Usa il nastro adesivo per non far vedere il suo sesso, e cerca di accelerare la terapia. La sua mente vorrebbe bruciare i tempi, ma è il fisico non la accompagna: Lara dimagrisce, soffre, e non riesce a trovare il suo posto.

I problemi dell’adolescenza la schiacciano, e lei si rifugia nella danza, nella costante ricerca della perfezione. Sulla pista è libera, può inseguire i suoi sogni, sentirsi una persona “normale”. I piedi sanguinano, le dita sono martoriate, ma Lara è determinata. In alcuni momenti sembra crollare, in altri affronta le sue pene a viso aperto.

La macchina da presa si incolla al suo volto, non la lascia respirare mentre balla. Ogni evoluzione è un passo verso un’esistenza migliore, verso un quotidiano in cui tutti potranno riconoscere la sua femminilità.

In una parola: Girl, ragazza, come recita il titolo. Quasi un’utopia, un’immagine scaturita dall’ingegno. L’esordiente belga Lukas Dhont racconta una vicenda di disperazione, girando solo in spazi chiusi. Manca l’aria, come alla protagonista, prigioniera di se stessa. Le mura di casa la opprimono, anche se suo padre cerca di non farle mancare niente.

Il regista Lukas Dhont

 

Ci sono pochissimi esterni: si passa dalla sua camera da letto all’ospedale, dalla scuola alla casa delle “amiche”. Dhont segue le orme dei fratelli Dardenne, riprendendo la tematica dell’emarginazione, di un destino beffardo che muove gli uomini come se fossero pedine. Ma nel suo cinema ci sono anche i rapporti famigliari di Xavier Dolan, le crisi di identità.

Un film sorprendente, vincitore della Caméra d’or e del Premio FIPRESCI alla scorsa edizione del Festival di Cannes.

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