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Dario Aita in Franco Battiato - Il lungo viaggio
Forse Franco Battiato avrebbe meritato una biografia meno istituzionale, magari “ispirata dalla musica e alle sue molte vite” un po’ nel solco di Io non sono ancora qui su Bob Dylan. E, qua e là, la paura di scontentare il pubblico di riferimento (la larga platea generalista di Rai 1, approdo dopo il passaggio in sala come evento speciale dal 2 al 4 febbraio) viene sovrastata dal desiderio di essere qualcosa di diverso.
D’altronde, nel passato (recente) di Renato De Maria, un regista che sa muoversi saggiamente tra cinema e televisione, c’è un film che, in qualche modo, potrebbe dialogare con certi fremiti, certe suggestioni, certi lampi di questo Franco Battiato. Il lungo viaggio: La vita oscena, sofferto e audace adattamento del memoir di Aldo Nove. Specialmente nella prima parte “adulta” (c’è un lungo prologo sull’infanzia in Sicilia), con l’esplorazione della musica sperimentale e dell’avanguardia colta, De Maria coglie l’occasione di giocare con la psichedelia, con i colori acidi, con le distorsioni visive.
Ma la committenza pop(olare) è quella (coproduzione Rai Fiction e Casta Diva Pictures) e la sceneggiatura di Monica Rametta (nel curriculum altre icone musicali: Io sono Mia su Martini, La bambina che non voleva cantare su Nada) fa una nobile operazione di servizio pubblico, focalizzandosi sull’evoluzione artistica (dall’esperienza elettronica al trionfo commerciale), sulla tensione ascetica (molto in superficie, ma quanto basta per trasmettere l’argomento), sul rapporto con la madre che fa da fil rouge (Simona Malato, un’ottima attrice d’intensa vulnerabilità), sulla profonda amicizia – o amore senza sesso – con la scrittrice Fleur Jaeggy (Elena Radonicich), sulla collaborazione con Giusto Pio (Giulio Forges Davanzati) e Giuni Russo (Nicole Petrelli: bel momento quando lei scopre che Per Elisa, promessa a lei, è finita ad Alice).


Dario Aita in Franco Battiato. Il lungo viaggio
C’è cura per il prodotto: il montaggio di Marco Spoletini fa dialogare i piani temporali (molto efficace il finale, sulle corrispondenze tra il privato e l’opera), la location vulcanica per tessere le trame del canto si rivela affascinante, la ricostruzione d’epoca non è stucchevole, le inquadrature dei video sono ricreate con precisione non affettata.
Ma è evidente che la forza di Franco Battiato. Il lungo viaggio è nella clamorosa performance di Dario Aita: generoso e appassionato, coinvolto emotivamente e attento a evitare l’imitazione macchiettistica alla Tale e Quale Show, indovina il tono, lo sguardo, il passo, il sorriso dell’artista, canta con la sua voce il repertorio più noto (da Fetus a La cura passando per Bandiera bianca, Cuccuruccucù, Centro di gravità permanente, E ti vengo a cercare) ed esalta questo biopic onesto e dritto.
