Una bugia è sempre un peccato? E che fare se quella bugia ci aiuta ad andare avanti, provando ad accettare il mondo così com’è? È il dilemma morale che sottende Eleanor the Great, debutto alla regia di Scarlett Johansson. Che, partendo dalla sceneggiatura di Tony Kamen, mette in campo una dimensione fortemente personale, legata alla tardiva scoperta delle origini ebraiche di parte della sua famiglia. Come A Real Pain dell’ebreo newyorkese Jesse Eisenberg, anche qui il tema delle radici interroga l’attrice – anche lei di religione ebraica – che, alle prese con la regia, non può non fare i conti con un passato altrui ma che la riguarda per lessico famigliare, convergenze emotive e ricerca culturale.

In fondo, la protagonista del suo film fa qualcosa di simile. In un momento di profonda difficoltà, il lutto della storica amica con cui ha vissuto insieme negli ultimi dodici anni per farsi compagnia nella solitudine (Rita Zohar, toccante), la briosa novantacinquenne Eleanor (June Squibb, monumentale), che vive con apparente leggerezza il crepuscolo della vita, approfitta di un equivoco per provare a elaborare il dolore: partecipa a un gruppo di sostegno per sopravvissuti all’Olocausto e racconta la sua straziante deportazione, scatenando la commozione di tutti. Peccato che quella sia la storia della sua amica, che a distanza di settant’anni continuava a svegliarsi nel cuore della notte tormentata dagli incubi.

Erin Kellyman e June Squibb in Eleanor the Great
Erin Kellyman e June Squibb in Eleanor the Great

Erin Kellyman e June Squibb in Eleanor the Great

Anziché dire la verità, Eleanor decide di rievocare in prima persona una biografia altrui e resta incastrata in una messinscena evidentemente pericolosa. Perché lo fa? Perché si sente finalmente considerata mentre figlia (Jessica Hecht) e nipote (Will Price), che la ospitano in un piccolo appartamento, sono presi da altro. Perché quella condivisione le fa conoscere meglio un’aspirante giornalista appena rimasta orfana che trova nell’anziana signora un punto di riferimento (Erin Kellyman; suo padre, anchorman di cui Eleanor è fan, è Chiwetel Ejiofor). E perché riesce a onorare la memoria dell’amica, attraverso un meccanismo ambiguo e struggente in cui lei stessa si fa testimone di una verità che è tale a prescindere: affidandole il ricordo diretto, l’amica l’ha incaricata di diventare la voce di quella verità che sarebbe altrimenti morta con lei.

È un tema struggente e complesso, che Johansson e Kamen cercano di restituire senza retorica, costruendo un film lieve e non frivolo, illuminato di grazia e malinconia analogica da Hélène Louvart (scelta indicativa, essendo la direttrice della fotografia di autrici come Mia Hansen-Løve e Alice Rohrwacher a cui Johansson non può che guardare). E in cui il dramma ricorre alle forme della commedia grazie alla monumentale interpretazione di June Squibb. Che, va da sé, è il film, a novantacinque anni e una carriera mai così rampante, con la sua lingua tagliente e il bastone per camminare, l’empatia annacquata dai commenti caustici e un dolore che le macera dentro. Volutamente dimesso, a volte un po’ indeciso sul fronte ironico, con una bella tessitura tra il passato detto (il racconto) o visto (le foto) e un presente che Eleanor vorrebbe vivere fino in fondo e non dall’alto di un appartamento senza identità.