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Francesco Carril e Linda Caridi in Dov'è la fiesta?
“Incontrarsi è un miracolo, perdersi è la cosa più facile del mondo”, figuriamoci a Roma, dove venti minuti a piedi “a passo sostenuto” corrispondono a quarantacinque in auto poiché la buona volontà si ritrova sempre imbottigliata nel traffico. Facile dire che possa essere una scusa, come se l’amore che move il sole e l’altre stelle non bastasse a sopportare i disagi di una città che, come i personaggi delle commedie romantiche, è sia protagonista che antagonista. Altrimenti la commedia romantica non sarebbe tale: sta in piedi quando due persone si innamorano e fanno di tutto per complicare le cose. D’altronde lo diceva Antoine Doinel: si scopre di essere innamorati quando si comincia ad agire contro il proprio interesse.
L’amore, Leo e Irene, i protagonisti di Dov’è la Fiesta?, non l’hanno visto arrivare: si conoscono – si riconoscono – imbottigliati nel traffico – appunto – un attimo prima che Leo provochi un tamponamento. “È colpa sua!” dice, accusando Irene e dichiarandosi a lei. Colpo di fulmine, d’accordo, ma poi? Come nelle commedie romantiche che Irene, sceneggiatrice spiantata vocata all’insegnamento, spiega alla sua classe, il grosso problema è sempre nel principio. Dopotutto, qual è la battuta più bella di Harry ti presento Sally? “Dimmi che non dovrò mai più passarci”: al tormento dei primi mesi, si riferisce, quando non si sa bene cosa siamo né cosa potremmo essere e alla fine ci si fa più male che bene.


Linda Caridi in Dov'è la fiesta?
(Astrid Ardenti)Dopo tre mesi, dopo i baci e gli abbracci, dopo le foto per ricordare a noi stessi chi siamo e cosa saremo, insomma, eccoci qua: “Noi due cosa siamo?”, chiede Irene a Leo, attore senza fortuna che sopravvive con mille lavoretti e conta su un solo bene, un’auto. Che, proprio la sera in cui hanno deciso di parlarne, gli viene rubata sotto casa di lei, forse a causa di un parcheggio avventato, scatenando l’ansia del babbo protettivo che dalla placida Fucecchio – il paese di Indro Montanelli… – si fionda nel caos di Roma. Non bastasse la viabilità nevrotica, Leo e Irene finiscono nel vortice della burocrazia, tra poliziotti dai comportamenti surreali e suore poco disponibili a collaborare che affollano labirinti lastricati di assicurazioni, bolli, verbali e denunce incomplete. E intanto si avvicina Capodanno.
Opera prima di Niccolò Gentili, anche sceneggiatore con Lisa Nur Sultan e attore nel ruolo del coinquilino di Leo, Dov’è la Fiesta? (la maiuscola si riferisce all’auto ma gioca anche con le feste frequentate anzi subite dai protagonisti) fa teoria e pratica della commedia romantica. L’una in modo anche molto esplicito (le lezioni di Irene che spiegano il genere quasi illustrando il dipanarsi della vicenda), smontando la narrazione in un andirivieni tra ricordi e presente che danno consistenza malincomica (c’è una citazione di Pensavo fosse amore, invece era un calesse che definisce ragioni e sentimenti). E l’altra con leggerezza e leggiadria, volteggiando tra il demi-monde dei cinematografari romani qua bohémien e là snob e il purgatorio degli uffici pubblici, con il collante dato dalla voce affettuosa e dalla presenza incisiva di una specie di angelo di seconda classe che è un po’ lo spirito di Roma (il grande Giorgio Tirabassi).


Francesco Carril in Dov'è la fiesta?
Onesto e non privo di una sua tenerezza, forte di comprimari in forma (su tutti il babbo Sergio Pierattini e l’impiegata Daria Deflorian) e di un paio di canzoni non inedite ma indovinate (Amare della Rappresentante di Lista e Conchiglie dell’onnipresente Andrea Laszlo De Simone), Dov’è la Fiesta? vale soprattutto per Linda Caridi e Francesco Carril, due interpreti originali che somigliano a pochi altri nel cinema italiano: lei, tra i nostri corpi d’amore per eccellenza (da Antonia a Ricordi? ma anche Lacci e Supersex, il suo volto è la radiografia di uno struggimento), finalmente scoperta nel suo retrogusto umorista, sfodera una buffa autorevolezza da grande commediante alla Sabine Azéma; lui, italo-spagnolo che sa dosare la dolcezza e il disagio con clamorosa self-confidence, porta in dote l’autenticità dei film di Jonás Trueba e il riverbero dei Dieci capodanni.
