Dopo il matrimonio

Remake del film di Susanne Bier: i cambiamenti sono il genderswap e New York, ma la macchina melodrammatica resta la stessa. Forse non proprio indispensabile

24 Febbraio 2020
2,5/5
Dopo il matrimonio

Pratica assai comune nell’industria cinematografica d’oltreoceano, il remake americano di un film non americano è un’operazione messa in atto per rendere più “glamour” un racconto che ha già dimostrato di funzionare presso il pubblico.

Arriva a distanza di quattordici anni l’adattamento di Dopo il matrimonio, consacrazione internazionale della danese Susanne Bier, candidato all’Oscar per il miglior film straniero. È il secondo lavoro della regista – oggi ben inserita nel sistema tra tv e streaming – a godere di un rifacimento: da Non desiderare la donna d’altri, Jim Sheridan ha tratto Brothers.

Gestazione lunga, dovuta prima ai problemi per l’acquisizione dei diritti e poi alla ricerca di un regista giusto per tradurre la storia nella dimensione americana. L’impressione, però, è che questo Dopo il matrimonio sia un po’ superfluo se non inutile, per quanto fondato su una macchina melodrammatica piuttosto efficace.

Rispetto all’originale, la differenza più rilevante non è l’ambientazione newyorkese ma il genderswap (lo slittamento dell’identità di genere). Dunque, lo schema non è più composto da due uomini e una donna ma da due donne e un uomo.

Isabel, direttrice di un disastrato orfanotrofio di Calcutta (Michelle Williams al posto di Mads Mikkelsen), va in America per incontrare Theresa, una ricchissima potenziale finanziatrice (Julianne Moore prende il posto di Rolf Lassgard). Al matrimonio della figlia di quest’ultima, Isabel incontra il marito di Theresa (Billy Crudup subentra a Sidse Babett Knudsen). Tutto cambia.

Nelle mani di Bart Freundlich (marito di Moore, anche produttrice), il remake dovrebbe inserirsi nella tradizione dei grandi super-mélo popolari alla Voglia di tenerezza. Nei fatti, abbraccia una narrazione del tutto aderente a quella di una super-soap pur intrigante come This Is Us. Una suggestione resa evidente da immagini che filtrano verso una leziosa malinconia pastello le potenziali componenti perturbanti.

Tra un’India miseranda ma – va da sé – vivace perché ancora una volta filtrata da un pigro sguardo occidentale e droni usati senza troppe finezze per evocare la solitudine femminile di fronte alle responsabilità imposte dalla società, Dopo il matrimonio si adagia comodamente al servizio di un pubblico disponibile alla lacrima facile, accumulando situazioni ad alto tasso emotivo.

Purtroppo la temperatura non si surriscalda mai davvero, evitandoci anche la possibilità di un guilty pleasure. E la visione, pur innocua, non lascia molte tracce. In ogni caso, i quattro attori in partita (oltre alle tre star c’è la giovane Abby Quinn) reggono tutto con classe e sensibilità.

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