In fondo, che cos'è Hollywood se non una faccia d'argilla? Una maschera capace di modellarsi e rimodellarsi per dare forma ai sogni, ai desideri, alle pulsioni e alle paure del proprio pubblico.

Non è un caso che proprio Hollywood, e in particolare gli studi della Warner Bros., sia pure camuffata ma riconoscibilissima, faccia da sfondo alla vicenda di Clayface di James Watkins, nuovo capitolo del tentativo dei DC Studios di rifondare il proprio universo cinematografico anche attraverso i personaggi più oscuri, tormentati e inquietanti del suo repertorio. Figure marginali rispetto alla tradizionale mitologia supereroica, ma forse proprio per questo più disponibili a lasciarsi modellare dalle contraddizioni del presente.

A Hollywood è il momento di Matt Hagen (Tom Rhys Harries), attore in irresistibile ascesa, candidato all'Oscar, corteggiato dall'industria e apparentemente amato da tutti. Le prime immagini del film ci immergono in un mondo sfavillante, inondato di luci e colori, popolato di sorrisi, complimenti, premure. Tutti sembrano volergli bene, tutti desiderano essergli amici, proteggerlo, prendere parte al suo successo. Per Matt uno stato di grazia che ha qualcosa dell'incantesimo.

Ma gli incantesimi, soprattutto a Hollywood, sono fatti per essere spezzati. Invitato a Gotham per un’ospitata in uno di quei talk show americani alla Ed Sullivan, Matt si si lascia sedurre dalla donna di un potente boss della criminalità locale. I due finiscono a letto, e il giorno dopo, il boss e i suoi sgherri si presentano a lui e lo sfregiano brutalmente, cancellando in pochi istanti il volto che Hollywood aveva glorificato.

Matt perde la faccia, il lavoro, le prospettive di carriera, gli amici. Perde persino la causa contro il suo aggressore, al quale una rete di complicità e corruzione garantisce l'impunità. E se prova a ricostruirsi il volto, una schiera di chirurghi estetici promette miracoli, salvo poi prosciugargli il conto in banca.

TOM RHYS HARRIES as Matt Hagen in DC Studios’ “Clayface,” a Warner Bros. Pictures Release
TOM RHYS HARRIES as Matt Hagen in DC Studios’ “Clayface,” a Warner Bros. Pictures Release

TOM RHYS HARRIES as Matt Hagen in DC Studios’ “Clayface,” a Warner Bros. Pictures Release

Non c'è molto di originale in questa parabola di ascesa e caduta, ma se non altro scorre con una certa rapidità, senza indugiare troppo. La precipitazione è sbrigativa e tuttavia sufficiente a restituire la misura della devastazione: nel giro di poco tempo, Matt scopre che tutto ciò che credeva di possedere - successo, amicizia, riconoscimento - era solo un'illusione.

Finché un articolo di giornale (vedi la carta stampata?) riaccende le speranze. Racconta le ricerche di Caitlyn Corr (Naomi Ackie), una scienziata impegnata nello sviluppo di una terapia sperimentale basata sulle nanotecnologie. Anche lei, a suo modo, una vittima del sistema: alcune delle sue scoperte le sono state sottratte da grandi compagnie farmaceutiche, costringendola a proseguire clandestinamente il proprio lavoro, lontano dai laboratori ufficiali e dai loro protocolli.

Matt riesce a rintracciarla e la convince a sottoporlo al trattamento. Attraverso l'iniezione di nanoparticelle capaci di intervenire sulla struttura del volto, Caitlyn riesce a restituirgli le sembianze perdute. La trasformazione ha qualcosa di miracoloso.

Difficile non pensare, mutatis mutandis, a The Substance di Coralie Fargeat. Anche lì un corpo espulso dallo showbiz, quello di Elisabeth Sparkle (Demi Moore), cerca nelle promesse di una sostanza miracolosa la possibilità di riconquistare il proprio posto sotto i riflettori. E anche lì la tecnologia interviene sulla superficie del corpo per risolvere un problema che è anzitutto sociale e culturale. Clayface rivela così la natura del suo esperimento, innestare il body horror nel corpo del cinecomic. Se Joker di Todd Phillips aveva cercato di rifondare la mitologia supereroica attraverso il thriller psicologico e il cinema della marginalità e della violenza urbana, Watkins scopre nel body horror e nel corpo l’altra “faccia” del superpotere. Un terreno di potenziali conflitti, letteralmente una materia instabile. La carne si prende la rivincita sulla carta, sull'astrazione del fumetto. Il superpotere è una malattia mostruosa.

Come da tradizione DC, il personaggio si unisce alla schiera dei giustizieri della notte, dei vendicatori mascherati, un po’ Batman e un po’ La mosca cronenberghiana. O, se vogliamo, è Il fantasma del palcoscenico di De Palma che incrocia La piel que habito di Pedro Almodóvar. Ammirevole la disinvoltura con cui gli sceneggiatori Mike Flanagan e Hossein Amini maneggiano, mescolano e addomesticano frammenti di narrazioni e immaginari che hanno segnato il cinema contemporaneo.

NAOMI ACKIE as Caitlyn Corr and TOM RHYS HARRIES as Matt Hagen in DC Studios’ “Clayface,” a Warner Bros. Pictures Release
NAOMI ACKIE as Caitlyn Corr and TOM RHYS HARRIES as Matt Hagen in DC Studios’ “Clayface,” a Warner Bros. Pictures Release

NAOMI ACKIE as Caitlyn Corr and TOM RHYS HARRIES as Matt Hagen in DC Studios’ “Clayface,” a Warner Bros. Pictures Release

Sullo sfondo riaffiora uno dei miti fondativi del cinema fantastico americano, da Frankenstein al Goblin di Spider-Man: la scienza che sfugge al controllo dei suoi stessi creatori, trasformando la promessa di un progresso in una fabbrica di mostri. Perché la cura di Matt, naturalmente, non si limita a restituirgli il volto perduto. Le nanoparticelle reagiscono alle sue emozioni, ne alterano i lineamenti, fino a quando un sovradosaggio non rende la mutazione irreversibile e la carne diventa materia plasmabile, capace di assumere le sembianze di chiunque.

Parallelamente a Matt non basta più riprendersi la propria vita, vuole impossessarsi di quella degli altri. Il mostro che ha perduto la faccia scopre ora che può averle tutte.

Clayface intercetta una delle paure più profonde del nostro tempo, quella del deepfake. Il film di Watkins cavalca l'angoscia di un mondo in cui ogni volto può essere riprodotto, manipolato, sottratto. Incubo che investe in primis l’industria cinematografica, dove il volto dell'attore è già diventato un bene replicabile all'infinito, pure in assenza del corpo che lo ha generato.

Ma la trovata più interessante è che Clayface costruisce intorno a questa paura un autentico gioco di scatole cinesi, una mise en abyme in cui ogni livello del racconto sembra riflettersi in quello successivo. È un film che parla di cinema, racconta di un attore terrorizzato dalla possibilità di perdere il proprio volto e mette in scena una tecnologia capace di fabbricarne infiniti altri. E per rappresentare tutto questo ricorre a sua volta alla manipolazione digitale delle immagini, facendo della falsificazione non soltanto il proprio argomento, ma anche il proprio linguaggio. Il cinema racconta l'incubo della riproducibilità dei volti mentre ne sfrutta le possibilità spettacolari. Un cortocircuito che Watkins governa con una sorprendente disinvoltura, disseminando il racconto di trovate visive e situazioni narrative tanto ingegnose quanto inquietanti. La macchina hollywoodiana torna così a modellare la propria faccia d'argilla, questa volta per dare forma alla paura di non possederne più una.

Solo la presenza della donna amata riesce a placare le metamorfosi di Matt, riconducendo la materia impazzita del suo corpo a una forma riconoscibile. Come se soltanto attraverso lo sguardo e l'affetto di un'altra persona potesse tornare a essere sé stesso. È l'amore a restituirgli il volto perduto. offrendogli la possibilità di conoscersi in una relazione. Ma è una tregua fragile. L’ ombra, il doppio mostruoso che la scienza ha liberato, finisce per prendere il sopravvento.

E se l'argilla è, fin dalla tradizione biblica, la materia della creazione, l'uomo plasmato dalla terra e chiamato alla vita si riscopre alla mercé di una tecnologia che può rimodellarlo a piacimento. Dalla creazione alla fabbricazione, dal dare vita a qualcosa di irriducibile al riprodurre qualunque cosa sia disponibile, dal cinema classico a quello digitale per restare a Hollywood.

TOM RHYS HARRIES as Matt Hagen in DC Studios’ “Clayface,” a Warner Bros. Pictures Release. Photo Courtesy Warner Bros. Pictures
TOM RHYS HARRIES as Matt Hagen in DC Studios’ “Clayface,” a Warner Bros. Pictures Release. Photo Courtesy Warner Bros. Pictures

TOM RHYS HARRIES as Matt Hagen in DC Studios’ “Clayface,” a Warner Bros. Pictures Release.

Photo Courtesy Warner Bros. Pictures

Liquidare Clayface come l'ennesima variazione sul tema del mostro sarebbe dunque limitante, peggio fuorviante. Siamo al cospetto di una macchina narrativa capace di stimolare riflessioni non banali senza rinunciare alla leggibilità del cinema di genere. Senza scambiare la ricchezza degli argomenti per profondità cinematografica (anche se in Clayface lo spettacolo della metamorfosi e la metamorfosi come spettacolo alimentano apprezzabili cortocircuiti), perché resta un film più profondo nelle domande che pone che nelle risposte drammaturgiche che offre. Ma forse è proprio questa la sua forza. Stretti come siamo tra l'allarmismo tecnologico e il messianesimo dei soliti noti, il cinema di genere americano dimostra ancora una volta di saper trovare il filo di un discorso che altrove rischia di perdersi nell'astrazione o nella propaganda. Non inventando necessariamente nuovi miti, ma tornando a quelli di sempre - il doppio, il mostro, lo scienziato demiurgo, la creatura che si ribella - rivisitati con le ansie del presente.

Fino a un crescendo finale struggente e apocalittico, che porta il discorso ben oltre la paura dei deepfake e della sostituzione tecnologica. Il mostro è ormai capace di generare non soltanto il volto dell'altro, ma persino il suo corpo, la sua presenza, il gesto stesso dell'abbraccio. Può riprodurre perfettamente un'intimità, senza aver più bisogno di qualcuno di reale con cui condividerla. Oltre la crisi dell'identità, l'impossibilità dell'alterità: l’immagine a surroga dell’amico e l’amato. Perché meglio un sembiante oggi che un altro che ci crei problemi domani. Fantascienza?