Chiara

Dopo Nico, 1988 e Miss Marx, Susanna Nicchiarelli chiude la trilogia femminile con la rivoluzione della santa d'Assisi: un biopic vivo e complesso, senza retorica né sguardo agiografico. In Concorso

9 Settembre 2022
3,5/5
Chiara
Chiara_foto di Emanulea Scarpa © 2022 Vivo film, Tarantula

È dedicato a un’omonima della santa d’Assisi, Chiara, con cui Susanna Nicchiarelli completa una trilogia femminile iniziata con Nico, 1988 e proseguita con Miss Marx, entrambi presentati a Venezia (il primo vinse Orizzonti nel 2017, il secondo partecipò in Concorso come quest’ultimo). Il pensiero è alla medievista Frugoni, scomparsa nello scorso aprile, che ha collaborato alla sceneggiatura in virtù dei suoi intensi studi sulla figura di Chiara.

Un debito, nei confronti di Frugoni, subito evidenziato da Nicchiarelli, e che si ritrova in questo film libero e liberato, capace di evitare le secche dell’agiografia didascalica, di emancipare la santa dal santino, esplorare il racconto di formazione di una ragazza e al contempo sottolinearne la dimensione spirituale (l’indomita rivendicazione dei valori francescani nonostante i cambiamenti successivi alla morte di san Francesco) e quella politica (la dialettica con i papi per imporre una Regola fino ad allora inedita; la corrispondenza, pur solo citata, con Agnese di Boemia).

Chiara abbraccia un ventennio di vita della protagonista, all’inizio diciottenne che scappa dalla casa paterna per seguire Francesco (con il simbolico passaggio nel bosco oscuro dove potrebbe annidarsi il diavolo) e poi guida carismatica per donne provenienti da diverse esperienze e che riconoscono in lei una nuova possibilità di speranza.

Margherita Mazzucco. Credits: Emanulea Scarpa. 2022 Vivo film / Tarantula

Sulle tracce di Francesco, ma pensando a chi è ancora ai margini della narrazione ufficiale: chi non conosce il latino delle Scritture, chi non può vivere liberamente se non all’interno di luoghi protetti come i monasteri, chi non cerca badesse ma sorelle con le quali condividere una missione al servizio degli ultimi e dei dimenticati.

È un film a suo modo disorientante, Chiara, divisivo nella misura in cui l’autrice inquadra una biografia lontana nel tempo, poco ricordata e ancor meno conosciuta rispetto a quella del santo d’Assisi, con lo sguardo radicale di chi vuole scardinare la rappresentazione più canonica per offrire un ritratto ribelle e vivo, complesso e stratificato.

Un’operazione dichiaratamente intellettuale, che restituisce un’epoca attraverso un forte progetto culturale in cui confluiscono il recupero della tradizione francese dei trovatori (le coreografie e i cori per intercettare l’amor cortese come strumento per interpretare l’armonia con il Creato) e un immaginario già plasmato in altri contesti (non è blasfemo pensare all’antiretorica medievale di Luigi Malerba o alle reinvenzioni dell’Armata Brancaleone, con i costumi di Massimo Cantini Parrini che sembrano propaggini di un lavoro di Piero Gherardi).

Il dialogo con il contemporaneo è continuo: il discorso sulla lingua, un volgare sporco, pulsante, talvolta ostico, che a livello narrativo si oppone alla lingua del potere, escludente ed elitaria, mentre sul piano filmico abroga l’italiano finto di troppe agiografie soprattutto televisive; la violenza che non si combatte con la stessa arma ma proponendo un’alternativa che sia possibilmente non vendicativa (certo, il miracolo non è alla portata di tutti, ma la solidarietà tra pari magari sì); la potenza delle comunità come costruttrici di una società attenta ai bisogni (e ai sogni) di tutti.

Andrea Carpenzano e Margherita Mazzucco. Credits: Emanulea Scarpa. 2022 Vivo film / Tarantula

Chiara trova la sua armonia anche nell’intelligente casting allineato agli originali dati anagrafici dei protagonisti, a partire da Margherita Mazzucco, che sa trasmettere stupore e carisma, e Andrea Carpenzano, un Francesco autorevole e fragile che iconograficamente aggiorna la tradizione maudit di Lou Castel e Mickey Rourke, senza dimenticare Paola Tiziana Cruciani e Carlotta Natoli, splendide perché umanissime, raramente così ben utilizzate.

Forse il più compatto e ispirato della trilogia e dunque il migliore finora diretto da Nicchiarelli: irregolare nello spirito benché compatto nella forma, laico per vocazione, ribelle come dev’essere ogni racconto giovanile di rottura, con un finale (da non svelare, ma c’è di mezzo un improvviso Cosmo) spiazzante e addirittura commovente per come mette insieme la naturalezza e il prodigio, la musica e il silenzio, il fermento e l’attesa, il qui e ora e il futuro.

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