Nico, 1988

In tour con l'artista Christa Päffgen alla (ri)scoperta di sé: Susanna Nicchiarelli firma il suo film migliore, la protagonista Trine Dyrholm è eccellente

30 Agosto 2017
3/5
Nico, 1988

Apertura del concorso di Orizzonti alla 74. Mostra di Venezia, Nico, 1988 è diretto da Susanna Nicchiarelli (Cosmonauta, La scoperta dell’alba), interpretato da Trine Dyrholm, dedicato all’artista-cantante Nico, nome d’arte della tedesca Christa Päffgen.

Ambientato tra Parigi, Praga, Norimberga, Manchester, nella campagna polacca e sul litorale romano, è un road-movie dedicato all’ultimo periodo della carriera e della vita di Nico, già icona per Andy Warhol, membro dei Velvet Underground, autrice di colonne sonore per Louis Garrel. Negli anni ’80 si ripuliva dall’eroina, ricostruiva il rapporto con il figlio (avuto da Alain Delon), partiva in tour europeo trovando poco pubblico (ipse dixit, era molto selettiva…), esibendosi perfino al pianobar di hotel (Anzio), ma perfezionando la cifra della sua poetica d’artista, senza infingimenti, eterodirezioni, prevaricazioni. E, soprattutto, senza più sottostare alle regole impostele dalla sua bellezza di 25enne bionda, magra, strafiga.
A quasi 50 anni era mora, in carne, ed era questo una promessa di felicità.

Nicchiarelli dopo la brutta topica del veltroniano La scoperta dell’alba si risolleva, firmando il suo film migliore: solido, empatico, sensibile, totalmente issato su e devoto alla straordinaria attrice – e cantautrice – danese Trine Dyrholm, senza cui il film semplicemente non esisterebbe.

E’ da premio, Trine, per come si impossessa senza sforzo di corpo e memoria di Nico, conferendole autenticità e nerbo senza sforzo apparente. Bene anche gli altri interpreti, indovinati nei volti- a partire dalle donne – e nei modi: su tutti, John Gordon Sinclair, nei panni del manager Richard, ma non sono da meno Sandor Funtek (il figlio Ari) e Annamaria Marinca (La violinista Sylvia), e pure il nostro Thomas Trabacchi.

Non sempre all’altezza i costumi e le scenografie, che qui e là stigmatizzano ristrettezze di budget e “modernismo”, nocive sono le, anzi la, sequenze berlinesi dell’infanzia di Christa, che bambina osserva il cielo di bombardieri americani tra le rovine della Seconda Guerra Mondiale.

Non c’è da spellarsi le mani, ma la Nicchiarelli è qui ai suoi massimi, per come abbiamo inteso il suo cinema finora: servirebbe più sporcizia, meno educazione, più dolore e, forse, più verità, ma il traguardo raggiunto è dignitoso, sensibile, umanista. E le risposte che spesso Trine/Nico dà ai suoi interlocutori sono da brividi, e lo stesso l’esecuzione a Praga.

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