Caterina va in città

Grottesco e pessimista il film di Virzì racconta l'Italia e i suoi difetti. Con gli occhi di una ragazzina

23 Ottobre 2003
Caterina va in città
caterina va in citta

Cantore di un’Italia minore, Paolo Virzì ha sinora preferito le atmosfere di provincia al caos delle grandi città. E’ quindi una sorpresa l’ambientazione metroplitana di Caterina va in città, che sin dal titolo sottolinea la scelta eccezionale di raccontare un mondo nuovo e sconosciuto. Tredicenne timida e goffa, con due genitori che imbarazzerebbero anche l’adolescente più ingenuo, Caterina giunge dunque nella più popolate delle città, Roma, alla cui scoperta si getta con un’innocenza che difetta invece alle coetanee  incontrate il primo giorno di scuola. Tanto queste sono decisioniste e sicure di sé, tanto Caterina è un pesce fuor d’acqua in ogni occasione, pronta a sfoggiare di  continuo una patologica indecisione che la porta ora a essere amica della figlia di intellettuali di sinistra, ora della rampolla del sottosegretario di destra. E quando si dice destra e sinistra si intende senza sfumature: la giovane sinistrorsa, avvolta nella kefiah di ordinanza, vive in una stanza-regno della quale gli adulti rispettano la piena autonomia, mentre la più scafata destrorsa sa come ottenere tutto dal padre e se ne va in giro con l’autista a fare shopping neanche fossimo a Berverly Hills. Caterina, per fortuna, dopo l’ubriacatura iniziale capisce che la metropoli è piena di insidie e si sottrae al rischio di confondere  l’identità personale con l’integrazione in un gruppo. Cosa che non riesce al padre, vittima di un profondo senso di frustrazione causato dall’aver inutilmente vagheggiato amicizie potenti e riconoscimenti intellettuali. E così, a ben guardare, è di provincia che ancora si parla. O almeno di quegli atteggiamenti provinciali di cui sembra  essere vittima la maggior parte degli italiani. Infatti fuori dai giochi di potere, intellettuale o politico che sia, persino il professore lettore del Manifesto interpretato da Castellitto, di fronte a Michele Placido, nella parte di se stesso, incoerentemente perde la bussola e si lancia in imbarazzanti ammiccamenti. E’ questa l’Italia? Siamo veramente un paese di esclusi che sognano la popolarità? La visione di Virzì è nera, pur ammantata di comicità grottesca. Ma più che un ritratto è forse un grido d’allarme: meglio rispettare la propria natura che credere ai burattinai. Caterina lo impara sulla propria pelle, salvandosi. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

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