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(c)CALVO BRUNO
“I miei vicini non temono niente. Non hanno preoccupazioni, non si innamorano, non si mangiano le unghie, non fanno promesse né rumore, non hanno l’assistenza sanitaria, non piangono…” è l’incipit del bel libro di Valérie Perrin (2018), che quando è uscito ha avuto enorme successo (e/o edizioni) e ottime recensioni. L’idea di raccontare la vita e le miserie di una guardiana di cimitero, in un piccolo villaggio della Borgogna, era più che brillante, era geniale. Come il titolo: Cambiare l’acqua ai fiori, diventato un film di Jean-Pierre Jeunet, presentato in anteprima nazionale nella sezione Gran Public della Festa di Roma e in uscita nelle sale italiane il 5 gennaio con Lucky Red.
La storia è piuttosto fedele al romanzo ma scopre le carte di Violette troppo velocemente, nonostante la durata di oltre due ore, laddove Perrin accompagnava il lettore con ironia e delicatezza. Gli adattamenti, si sa, scontentano un po’ tutti. Ma la Violette Toussaint (il cognome del marito in italiano Tuttisanti) di Jeunet, ha un grosso vantaggio: è interpretata da Leïla Bekhti, molto bella e così piena di sfumature che nonostante la fragile sceneggiatura è impossibile non provare empatia per lei. Matthias Schoenarts è invece sprecato nel ruolo di Philippe, marito di Violette, un grande fannullone, che va sempre in giro al posto di aiutare la moglie.
Dietro il sorriso di Violette si nasconde un passato triste e faticoso. Che si disvela progressivamente con l'apparizione del commissario di polizia Julien Seule (Melvil Poupaud, sempre bravo). Nelle sue indagini scopre ciò che è stato a lungo nascosto: ad esempio, il lavoro precedente di Violette come guardiana del passaggio a livello ferroviario e i dolorosi passaggi esistenziali che le sono accaduti.
Jeunet invece tende a giocare di anticipo, o comunque a spiegare troppo, attraverso personaggi senza spessore, come lo stesso Philippe, che improvvisamente scompare e non tornerà più, o i genitori di Philippe, macchiette ancora più odiose più del figlio. C’è anche un cameo di Sergio Castellitto, simpatico e un po’ inutile.
L’incontro con Julien, la prima volta che si vedono è molto poetico nel libro: “Sono incapace di dire una parola. È come se ritrovassi una persona persa di vista da tempo. Penso che si è presentato troppo tardi, che se fosse arrivato vent’anni fa tutto sarebbe stato diverso” si dice Violette. Nel film è tutto più sbrigativo, Violette è vittima predestinata fino quasi alla fine.
Jeunet non riesce a tenere il passo del romanzo, malinconico eppure pieno di tenerezza, è Violette/Leïla a portare l’opera quasi interamente sulle sue spalle.



