Non è solo un colpo di coda del realismo sociale, À pied d’œuvre (titolo internazionale: At Work), settimo lungometraggio di finzione di Valérie Donzelli, in concorso a Venezia 82. E non è nemmeno l’ennesima variazione sul tema dell’artista in crisi che deve ritrovare se stesso attraverso una serie di prove esistenziali. Sarebbe riduttivo, oltre che miope, perché Donzelli (anche sceneggiatrice con Gilles Marchand) non si limita a mettere in scena l’omonimo memoir di Franck Courtès, ma riesce a inquadrare qualcosa di più profondo, in certo senso un vero tabù della nostra società dei consumi.

Fotografo ritrattista dedicatosi alla scrittura, Courtès si è ritrovato nella tutt’altro che rara situazione di non poter vivere del proprio lavoro creativo, vagamente apprezzato dalla critica ma poco recepito dal pubblico. Costretto a mettere insieme il pranzo con la cena, ha cominciato a lavorare come tuttofare, nella speranza di poter continuare a realizzare opere letterarie.

Donzelli restituisce la storia vera di Courtès attraverso il suo avatar Paul Marquet (ma la casa editrice è la stessa di Courtès, la Gallimard con i suoi riconoscibili libri bianchi con caratteri rossi), un’ex giovane promessa della narrativa francese che a quarantadue anni deve accettare il trasferimento di moglie (o ex?) e figli in Canada e rimboccarsi le maniche per garantirsi l’ipotesi di una vita dignitosa. Si trasferisce in un sottoscala, risparmia su tutto e si iscrive su un’app in cui offre prestazioni di vario genere al prezzo più basso per superare la concorrenza spietata.

À pied d’œuvre mette il dito nella piaga di un grande non-detto dell’industria culturale: la fatica, le incoerenze, i tormenti di chi opera nel settore (si parla di scrittori ma chi si sente escluso si racconta una menzogna) nonostante l’evidente impossibilità di mantenersi.

Con un’evocazione di Ken Loach, Donzelli inquadra l’odissea quotidiana di Marquet all’interno di una società europea (e occidentale) che svilisce l’impegno intellettuale e svende la manodopera, gioca al ribasso sulla disperazione di chi ha bisogno, si accomoda sulle convinzioni che le storture del mercato rispondano in realtà a un’assurda vocazione alla decrescita felice. Interroga l’ipocrisia di chi concepisce la povertà solo come spettro esotico da osservare con la lente del turista e non come qualcosa che appartiene perfino al nostro sistema capitalistico (la miseria vera sta in India o in Messico, di certo non in Francia dove si può contare su un welfare anche familiare, no?). E punta il dito verso l’elefante nella cristalleria dell’industria culturale: val la pena sopravvivere a queste condizioni?

Bastien Bouillon in À pied d’œuvre
Bastien Bouillon in À pied d’œuvre
À PIED D'OEUVRE / Valérie DONZELLI / 2025 (Christine Tamalet)

È lo stesso protagonista a offrire non tanto una risposta quanto un punto di vista imprescindibile: “Finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna”. È probabile che in alcuni passaggi Donzelli sfiori il pietismo ma si intestardisce a rincorrere comunque un’ipotesi di speranza nonostante le applicazioni che umiliano i bisognosi, la generazione dei padri che non conosce il lessico della comprensione e usa solo gli strumenti del passato, le case editrici che prima chiedono l’ingaggio dell’io e poi si lamentano del troppo ombelico riversato nelle pagine dei libri non venduti.

Bastien Bouillon è gigantesco: un corpo evidentemente inadatto alle mansioni che offre (“Hai la faccia da medico” gli dice una cliente) ma che si offre alle richieste del sistema, un uomo che sembra quasi sottoporsi a una sorta di espiazione di qualcosa che può conoscere solo riappropriandosi di sé e della sua funzione. Di scrittore, sì. Di ingranaggio che permette al mondo di funzionare meglio. E di genitore, come si vede nella lancinante telefonata finale con il figlio.