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A cena con il dittatore
Tocca andare in Spagna per ritrovare un certo tipo di commedia che il cinema italiano ha deciso di non voler fare più (sempre se ne sia ancora in grado): il racconto storico riletto o interpretato attraverso un umorismo acidello, a volte caustico, comunque poco consolatorio. Un filone glorioso che ha illuminato il grande avvenire alle nostre spalle – citare i maestri è superfluo ma, insomma, che nostalgia, signora mia, di quando eravamo re – e che ritroviamo in A cena con il dittatore, dove Manuel Gómez Pereira scherza con i fanti e non lascia stare i santi. Che, nella fattispecie, sono i fantasmi della nazione e la memoria sempre viva di una stagione cupa: il regime franchista che ha dominato in Spagna dal 1939 al 1975.
E non è casuale che sia proprio Gómez Pereira ad avvicinarsi a un periodo così cupo: regista medio e navigato, spesso affine a goliardie piccanti (citiamo almeno Perché chiamarlo amore quando è solo sesso? e Boca a boca con il giovane Javier Bardem), ha iniziato la sua carriera negli anni effervescenti della transizione democratica. Quello spirito di rottura sembra riecheggiare in questa commedia con un suo gusto da vaudeville, che s’incarica esplicitamente di elementi farseschi che, sì, magari non sono sempre efficaci sul piano formale e sfociano qua e là nel caricaturale, ma sono abbastanza coerenti perché l’obiettivo del film è mettere alla berlina la messinscena di un potere tanto cinico quanto ridicolo.


Tratto dalla commedia teatrale La cena de los generales di José Luis Alonso de Santos (adattata dal regista con Joaquín Oristrell e Yolanda García Serrano), A cena con il dittatore occhieggia al capolavoro Vogliamo vivere! di Ernst Lubitsch e gioca con un côté fumettistico che fa rima con le vignette coeve del Marc’Aurelio italiano (giornale satirico da cui, guarda un po’, uscì il gotha del cinema italiano, da Federico Fellini ad Ettore Scola passando per Cesare Zavattini e Age & Scarpelli) e, al contempo, mantiene un atteggiamento serio: è una commedia, certo, ma dove i fascisti non si fanno scrupoli ad ammazzare a sangue freddo chi non la pensa come loro.
D’altronde siamo nei giorni successivi alla vittoria del Caudillo: nella Madrid del 1939, due settimane dopo la fine della Guerra Civile, il generale Franco ordina una cena celebrativa al lussuoso Hotel Palace, diventato un ospedale di guerra. Non potendosi opporre ai desideri del nuovo capo, un tenente, il maître e i cuochi dell’albergo, tutti prigionieri combattenti repubblicani liberati per l’occasione, sono costretti a preparare il banchetto in tempi record. Ma, come la partita in Fuga per la vittoria, la cena diventa una possibilità di salvezza. Elegante nella confezione, autorevole nelle intenzioni, brillante nel cast guidato dall’ineccepibile Alberto San Juan e dallo smagliante Mario Casas. Con un finale gustoso.
