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La Dichiarazione del Millennio passa dalle carte al film: operazione corale interessante, più obbligata che utile. Bene la Campion, delude Van Sant

23 Ottobre 2008
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The Water Diary

Operazioni come quelle portate avanti da 8 – film corale su un tema delicato – si muovono sul crinale di un duplice rischio: da un lato costruire un racconto che non venga schiacciato dal suo stesso soggetto, affrancandolo dall’ovvio e del ricattatorio. Dall’altro ricavare un prodotto cinematografico che sappia arricchirsi dell’amalgama di voci e di sensibilità senza essere disomogeneo. Difficoltà che 8 riesce a superare meglio di altri suoi predecessori, senza risolverle in maniera definitiva. Si partiva dagli obiettivi contenuti nella Dichiarazione del Millennio del 2000, che l’ONU si è impegnata a raggiungere entro il 2015 per eliminare (o ridurre) le arcinote piaghe della terra: la povertà, l’ignoranza, la diseguaglanza tra i sessi, la mortalità infantile, il dissesto ambientale, l’egoismo tra i Paesi, le emergenze sanitarie, la salute materna. Otto differenti argomenti per otto film diversi, che consentivano ai registi che si sono alternati di non preoccuparsi troppo del lavoro altrui, sviluppando con assoluta libertà il proprio soggetto. Se ne sono avantaggiati indubbiamente gli autori di maggiore talento, come Jane Campion che ha costruito intorno al tema della siccità l’episodio più originale e divertente (The Water Diary), un divertissement girato tra le brulle vallate di Cooma (Australia), con la gente che improvvisa strampalati riti propiziatori perché piova di nuovo. La Campion adotta il punto di vista degli adolescenti per mantenersi, con grazia, su un sottile equilibrio: quello del gioco (e non mancano momenti onirici) e del tragico (la realtà di una terra arida e latrice di morte). Visivamente poderoso, al limite dell’esercizio di stile, Panshin Beka Winoni di Jan Kounen, che immerge un villaggio amazzonico in un bellissimo bianco e nero, per ricordarci che dietro ai colori e alla seduzione della foresta verde c’é la “tragedia” (con tanto di coro) di un popolo lontano dalla civiltà e dalle cure che potrebbero evitare a una donna di morire di parto. Terrificante nella sua elementare trasparenza SIDA di Gaspar Noè che schiaccia – primi piani e sguardi in macchina – lo spettatore al corpo e allo spirito di un malato di AIDS. Apprezzabile, e su un versante apertamente più lirico, anche The Letter di Gael Garcia Bernal che gira in Islanda il suo apologo sull’educazione. Didascalico l’episodio africano di Abderrahmane Sissako, Tiya’s Dream, ma a deludere di più sono i “big”: Gus Van Sant che per spiegarci la mortalità infantile in Mansion On The Hill ricicla furbescamente filmini in super 8 degli skater acrobati di Paranoid Park aggiungendo in sovrimpressione le statistiche; Mira Nair che per difendere la libertà delle donne ricorra, in How Can It Be, a un melò laccato e dalla morale ambigua; e Wim Wenders, che utilizza una stazione televisiva come un pezzo di opinione pubblica divisa attorno al tema della cooperazione tra i popoli, prima d’inciampare nel kitsch (i personaggi “nella tv” bucano letteralmente lo schermo per invadere lo spazio “reale”). Nel complesso un progetto interessante, a tratti squisitamente cinematografico, a volte irritante per furbizia e pedanteria, che se non aiuterà a risolvere i problemi che denuncia, servirà perlomeno a denunciare chi quei problemi non li ha ancora risolti. Un testimone d’accusa più obbligato che scomodo.

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