Zurich Film Festival, un bilancio

A Chiara di Jonas Carpignano premiato tra i migliori film dell'edizione 2021 della kermesse svizzera. Panoramica sulle opere passate in rassegna
4 Ottobre 2021
Festival
Zurich Film Festival, un bilancio
Swamy Rotolo in A Chiara

Quello di Zurigo (https://zff.com/de/home/) è uno dei pochi festival cinematografici (insieme allo Human Rights Film Festival Zürich) a non aver trasferito interamente online l’evento durante la pandemia: così l’edizione di quest’anno, la diciassettesima, ha registrato ben 102.000 presenze (il doppio dello scorso anno), superando per la seconda volta il ben più longevo festival di Locarno. Ma al netto della quantità, è l’ormai rodata formula che propone da un lato eventi di grande richiamo (giusto per fare un esempio, la première svizzera dell’ultimo James Bond-blockbuster, No Time to die di Cary Joji Fukunaga con Daniel Craig) e dall’altro dà molto spazio a documentari, anche scomodi, a opere prime di giovani registi che di rado arrivano nelle sale, e promuove il cinema d’autore – vedi l’omaggio a Todd Haynes, protagonista del “New Queer Cinema” celebre per la chicca glam-rock Velvet Goldmine (1998) e premiato a Venezia nel 2007 per I’m not there su Bob Dylan, già presente al festival con la sua magistrale fiction Carol (2015) e stavolta a Zurigo con il brillante documentario The Velvet Underground, viaggio inedito nella storia della rockband neworkese sin dalle sue origini in seno alla Factory di Andy Wharol, produttore del primo, celeberrimo album eternato dalla banana in copertina.

I gran premi della giuria di quest’edizione 2021 – gli “occhi d’oro” con dotazione di 25mila franchi – sono andati a La Mif di Fred Baillif (sezione Fokus), Life of Ivanna di Renato Borrayo Serrano (sezione documentari) e A Chiara di Jonas Carpignano (sezione fiction). Carpignano è un habitué del festival: vi ha presentato Mediterranea nel 2015 e nel 2017 A Ciambra, prodotto da Martin Scorsese. Con questa “moderna intepretazione del neorealismo tradizionale italiano che incanta per lo straordinario impiego di musica e sound design e le superbe interpretazioni di Swami Rotolo e la sua famiglia, tutti al loro debutto cinematografico”, il regista italoamericano cresciuto tra Roma e New York e da tempo residente a Gioia Tauro conclude una trilogia ambientata in Calabria con una storia di coming of age su coraggio civico, scelte di vita e destini: “un capolavoro cinematografico” secondo la laudatio.

Tra le diverse onorificenze va poi ricordato il premio alla carriera a Paul Schrader, icona della ‘nuova Hollywood’, noto fra l’altro per Raging Bull (1980), American Gigolo (1980) e Taxi driver di Scorsese (1976) la cui sceneggiatura, ha detto durante l’incontro con il pubblico, “ho scritto come terapia personale”. All’applauditissima Sharon Stone è stato conferito un Golden Icon Award, e a Paolo Sorrentino un A Tribute To… Award, riconoscimento d’eccellenza precedentemente andato ad esempio a Wim Wenders, Claire Denis e Michael Haneke. “É una sorpresa inattesa perché sono un giovane regista italiano, non pensavo di avere un premio alla carriera”, ha motteggiato il regista partenopeo in dialogo col direttore artistico del festival Christian Jungen in una sala gremita di fan. “In tempi di covid, è meglio prenderlo anche subito. Magari me ne darete un secondo tra 20 anni?!” Jungen addirittura lo considera, ma non é il solo, “il vero erede di Fellini” e dichiara: “He understands cinema as art and as a means of social criticism. He ignites a veritable aesthetic fireworks display in his works and captures the spiritual condition of Italy with an anthropological eye, where the sacred and the profane coexist”. Di Sorrentino, unitamente a una retrospettiva, è stato presentato È stata la mano di Dio, la sua opera più personale già premiata alla 78esima Mostra del cinema di Venezia – e da lui definita “un piccolo film con grandi mezzi”.

A proposito della varietà e qualità di diverse pellicole di quest’edizione dello ZFF (alcune delle quali già presentate a Venezia il mese prima, come il brillante, potente – e fra i migliori della rassegna tutta – The Man Who Sold His Skin, della tunisina Kaouther Ben Hania, ma anche – di contro – il non riuscito Tre Piani di Nanni Moretti), val la pena di segnalarne alcune.

Love will come later di Julia Furer è l’opera prima di una regista svizzera fresca di master all’Università delle arti di Zurigo (ZhdK) che stupisce per la maturità e l’eleganza di un lavoro di Cinéma vérité. Ambientata a Marrakesch (di cui cattura con garbo scorci, atmosfere e situazioni familiari), è la storia di Samir, un giovane marocchino che sogna un matrimonio non tradizionale con una ragazza francese – la quale peraltro mai appare, scelta oculata e a suo modo poetica per porre il focus sul protagonista (e la sua immaginazione) intessendogli attorno un viluppo di identità, prospettive e aspettative rappresentate con sorprendente freschezza e genuinità. Molto riuscito sul piano narrativo, impreziosito da una fotografia notevole e una colonna sonora capace davvero di accompagnare e potenziare, mai invadere, una storia dai ritmi azzeccati, questa docufiction riesce a parlare a a cerchie disparate di tradizione, condizionamenti culturali, religione e modernità e delle loro interrelazioni mutevoli.

The Lost Leonardo del danese Andreas Koefoed ripercorre i molti e spesso oscuri retroscena del dipinto più costoso al mondo: il Salvator Mundi ufficialmente attribuito a Leonardo da Vinci e battuto all’asta da Christie’s nel 2017 per 450 milioni di dollari. Misteriosamente comparso a New Orleans e acquistato nel 2005 per poco più di 1000 dollari, il dipinto, dopo il restauro e l’attribuzione ufficiale al genio toscano certificata da un gruppo di esperti nel 2012, passa l’anno seguente nelle mani dell’oligarca e collezionista d’arte russo Dmitry Rybolovlev per 127 milioni tramite una controversa transazione di un broker svizzero (di cui riferisce con acribia il giornalista investigativo Antoine Harari) e viene infine acquistato dal principe saudita Mohammed bin Salman. Molti e discordanti sono i pareri degli attori variamente coinvolti nel dibattito in merito alla paternità dell’opera rimasta nell’ombra per mezzo millennio. Naturalmente un’attribuzione a Leonardo – anziché alla sua scuola – ne farebbe, e ne ha fatto, un evento.

Un evento tanto sensazionale da rischiare di travalicare la questione dell’autenticità (sulla sensazione puntava ad esempio la campagna finanziata da Christie’s The last Da Vinci: The World is Watching di Nadav Kander, esibendo una serie di volti anche arcinoti, tra cui quello di Patty Smith e Di Caprio, in preda a rapimento estatico mentre guardano l’opera). E se la restauratrice Dianne Dwyer Modestini si augura che il dipinto da lei accuratamente restaurato (ma secondo qualcuno sin troppo) e ripristinato nelle aree particolarmente compromesse venga esibito in un museo in modo tale da raggiungere “l’intera umanità” col suo messaggio salvifico, altri sospettano che cotanti interessi in gioco non potevano non inficiare o perlomeno influenzare l’obiettività di una perizia storico-artistica che si vorrebbe definitiva su quest’”ultimo Leonardo” che si progettò di esporre al Louvre (come accadde) accanto alla Monna Lisa (come invece non accadde) come se ne rappresentasse la variante maschile, quasi a ricomporre una platonica unità perduta, ma altresì al meno platonico scopo di avvicinare l’amministrazione Macron alla monarchia saudita. Il documentario, dai ritmi quasi di thriller, indaga brillantemente tale colossale insieme di interessi geopolitici e finanziari che va ben oltre l’arte (e la vicenda specifica) lasciando volutamente aperta la questione se il Salvator Mundi sia davvero di Leonardo.

Colpisce anche la premiére mondiale Everything Will Change di Marten Persiel, che già col precedente This Ain’t California (2012) dedicato al mondo degli skateboard nella DDR aveva stimolato in Germania una riflessione sui codici del documentario. Con questa sorta di fiaba distopica il regista berlinese si spinge ancor più in là. Siamo nel 2054: calati in un paesaggio semilunare dall’aspetto vagamente apocalittico (reso grazie all’impiego d tecnologia kodak d’antan a raggi infrarossi – inizialmente utilizzata a fini militari) tre amici (Noah Saavedra, Paul G. Raymond e Jessamine-Bliss Bell) a bordo d’un vecchio mercedes sono alla ricerca delle prove di un passato ormai scomparso. Essi approdano così all’Arca, ultimo avamposto presidiato da un manipolo di scienziati detentori di una memoria di biodiversità e delle immagini di innumerevoli specie animali ormai estinte. Qui inoltre scoprono che proprio gli “anni Venti” avevano toccato, malgrado tutte le avvisaglie, l’apice della tracotanza suicida dell’antropocene. Con l’escamotage di una storia on the road, attraverso l’occhio distopico (ma neanche troppo) di quel che sarà il pianeta se non si arriva a un deciso cambio di paradigma (lo dice Greta Thunberg con un certo successo, e certo non solo lei, ma l’accusano di “climatismo”, pseudoprofetismo e faccette antipatiche), Persiel vuole rendere attenti alla (corr)responsabilità individuale e collettiva di fronte al Creato, all’irreversibilità di scelte sciagurate ai danni di un ecosistema che si rileva sempre più fragile – e avvertire quanto il decennio appena iniziato sia decisivo per il contenimento dei danni che l’uomo sta arrecando all’intero pianeta e a ogni sua specie. (A maggior ragione dopo il recente rapporto dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici che sulla base di oltre 14mila pubblicazioni scientifiche ha statuito una volta per tutte l’inequivocabile relazione tra i cambiamenti climatici e l’attività dell’uomo; v. https://www.ilpost.it/2021/08/09/cambiamenti-climatici-rapporto-intergovernamental-panel-climate-change/).

In seno a tale originale impianto narrativo viene presentata una ricca quanto eterogenea selezione di testimonianze scientifiche sulla biodiversità e sui cambiamenti climatici (incluse affermazioni non scontate,  ad esempio sulla necessità di ricreare ambienti naturali per consentire la vita di animali con cui l’uomo non può convivere pacificamente), ma si riporta altresì l’attenzione all’aspetto cognitivo: insistendo sulla cosiddetta sindrome della “shifting baseline”, quel fenomeno reso anche come “amnesia generazionale“ che indica la tendenza a mutare i criteri atti a stabilire la normalità (e la salute) di un determinato ecosistema (su scala locale, regionale o globale) – tendenza al ribasso, naturalmente, data la mancanza di esperienza, conoscenza, e spesso anche di memoria, dunque di consapevolezza, di quanto è andato perduto magari solo nel giro di una sola generazione. Everything Will Change é una docufiction inusuale, coraggiosa e riuscita, che invita a una riflessione quantomai necessaria senza cadere nella banalità e nel già detto.

Di sostenibilità, produttività e ambiente tratta anche il documentario Ascension della neworkese di origini cinesi Jessica Kingdon: ci si trova qui di fronte a un potente collage d’immagini sul tema lavoro in Cina (dalle catene di montaggio alla formazione dei colletti bianchi) che include riprese in fabbriche di merci le più disparate – dalle fiale medicinali agli alberi di natale sintetici, dai jeans alle “sex dolls” – ma anche in scuole di formazione professionale, dove non è infrequente, ed anzi piuttosto inquietante, vedere giovani rampolli declamare in tono militaresco litanie d’identificazione assoluta con gli obiettivi dell’azienda, augurarsi di lavorare usque ad cadaverem e far più soldi possibile. Inizialmente l’assenza di un qualsivoglia commento può dare un’impressione di dispersività, ma tale senso di spiazzamento è voluto. Kingdom infatti vuol consegnare lo spettatore alla potenza di un arazzo cubista sulla massificazione, l’automazione e l’alienazione insite negli apparati produttivi del maggior paese esportatore del pianeta (il cui pil nominale pro capite sta però al 59esimo posto al mondo; cfr. https://www.linkiesta.it/2021/08/economia-cina-terzo-mondo).

Il lavoro nobilita l’uomo e lo rende simile al robot, sembra voler dire la regista – inserita nel 2017 da Filmmaker Magazine nella lista dei «25 nuovi volti del cinema indipendente» – la quale in dialogo col pubblico specifica che Ascension (basato su una selezione di circa 200 ore di girato realizzate fino a poco prima dell’inizio della pandemia) non pretende di raccontare la Cina tutta, ma guarda a quel sistema di “capitalismo statale” quale crogiolo dei paradossi insiti nella contemporaneità e nella sua aspirazione a un progresso senza fine con l’ubiquo ausilio di una tecnologia (assurta a onto-logia dell’uomo moderno già secondo Heidegger) in inarrestabile ascensione. Verso orizzonti tutt’altro che prevedibili.

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