L’uomo che vendette la sua pelle

L'arte si fa politica, provocazione. Parabola nera di un universo fatto di lustrini e luci al neon che prendono il posto dei sentimenti. Con Monica Bellucci

5 Ottobre 2021
3/5
L’uomo che vendette la sua pelle

L’arte figurativa al cinema è qualcosa di fisico. La tensione è in uno spasmo verso la tela, una contrazione muscolare figlia della creatività. Il limite, per alcuni, sta nel cogliere la potenza di quell’atto. Si può scegliere di non rappresentarlo, di andare oltre. In Volevo nascondermi, il regista Giorgio Diritti non ci ha quasi mai fatto vedere la pennellata di Ligabue. Forse perché in fondo era impossibile catturarne il tratto. Invece in un documentario come Emilio Vedova. Dalla parte del naufragio di Tomaso Pessina, la violenza della “pennellata” era centrale.

In L’uomo che vendette la sua pelle di Kaouther Ben Hania l’opera d’arte si fa politica, provocazione. È il corpo stesso che diventa terreno fertile per disegnare, tatuare, dipingere. E il disegno in questione è un visto Schengen, realizzato sulla schiena di un giovane siriano scappato in Libano, che non sa come arrivare in Europa per rincontrare la sua amata. Si mette nelle mani di un artista americano, che gli chiede la sua “pelle” in cambio di una nuova vita nel Vecchio Continente. Si torna a The Square di Ruben Östlund, a quel quadrato disegnato su una piazza in cui “tutti hanno gli stessi diritti e doveri”. La volontà era di sensibilizzare lo spettatore sulla fiducia e sull’altruismo.

 

La società contemporanea viene raccontata da una prospettiva inedita in entrambi i film. La bellezza può redimere dalla bestialità? L’essere umano può affrancarsi dal cinismo imperante? Per Östlund la risposta era negativa, per Kaouther Ben Hania è più complessa. La creatività, il talento, il colpo d’occhio sono solo dei mezzi per raggiungere qualcos’altro.

Al protagonista il messaggio non interessa, l’obiettivo è riconquistare la sua fiamma di un tempo, che intanto si è sposata. L’artista punta al successo, e dopo che ha finito il suo lavoro diventa sempre più difficile da contattare. Si percepisce un sentimento di solitudine, da entrambi le parti. Nel momento in cui un uomo assume lo status di “opera” si trasforma in un oggetto, quasi perde la sua dignità. Può essere comprato, esposto. Questo significa essere moderni? La cineasta ci mette anche davanti a un dilemma etico. Si interroga sul dilagare dell’ambizione, sullo sfruttamento delle disgrazie degli altri.

Però i toni sono leggeri. Non si dimentica l’ironia, la struttura di partenza sembra addirittura quella di un film romantico. Il motore di tutto è una storia d’amore impossibile, giocata sulla distanza, sull’allontanamento, in cui l’unico modo per sopravvivere è sacrificarsi per l’altro. Intanto lo scacchiere geopolitico fa da sfondo: la Siria, il Libano, la volontà di spostarsi, di viaggiare per costruirsi un nuovo punto di partenza, le frontiere chiuse. Ma la prigione può anche essere l’Europa, con le sue limitazioni e le regole sempre più ferree per chi arriva da zone martoriate.

In L’uomo che vendette la sua pelle c’è anche il rifiuto, la parabola nera di un universo fatto di lustrini e luci al neon che prendono il posto dei sentimenti. Il titolo potrebbe richiamare una favola, ma non bisogna lasciarsi trarre in inganno: la realtà è sempre maestra nel far raggiungere il disincanto. Si tratta della prima produzione tunisina della storia a essere stata candidata a miglior film internazionale. La storia è ispirata all’opera d’arte Tim, realizzata da Wim Delvoye, che qui fa un cameo. Nel cast c’è anche la nostra Monica Bellucci.

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