Wes Anderson per una Berlino da cani

"In questo film la realtà si insinua invisibile ma poi occupa lo sfondo e il centro della storia", dice il regista. Che apre il Festival con Isle of Dogs
Wes Anderson per una Berlino da cani
Wes Anderson a Berlino - Foto Pietro Coccia
Wes Anderson non ha molta voglia di parlare del suo nuovo film, L’isola dei cani, che ha aperto il 68. Festival del Cinema di Berlino. Perché? Eppure l’accoglienza è stata trionfale. “Perché non ho voglia di essere tirato dentro polemiche politiche”.

Un film di animazione con quattro cani scompigliati, politico? “La storia segue gli eventi di un gruppo di cani inseparabili esiliati da una metropoli giapponese del futuro su un isola-discarica dove non sono solo reclusi ma demonizzati da politici e autorità. In L’isola dei cani la realtà si insinua invisibile, all’inizio, ma poi occupa lo sfondo e anche il centro della storia”.

 

Una metafora dell’isolamento dei potenti dal resto del mondo? “Più o meno. Un isolamento, o separazione come preferisco chiamarla, molto pericolosa per tutti”.
Il film avete cominciato a prepararlo diversi anni fa, cinque per l’esattezza. Il mondo era un altro. L’attualità lo ha superato? “No, il film ha anticipato la realtà. Un senso di separazione dal pericolo, reale o immaginario. La creazione di una superfice su cui proiettare mostri e paure e dove gettare  i reietti, o portatori di rischio presunti tali”.
Guantanamo? Muro lungo il confine messicano? Mediterraneo meridionale difesa naturale, e tomba, d’Europa? A quali di queste tre situazioni di confine è più vicino Isle of Dogs, in realtà anche un ironico, poetico, spassoso, film per tutta la famiglia. “Tutti quei luoghi, e anche altri. Ovunque si creda di sfuggire dai problemi, dal dolore, dall’impegno, inventandosi un’isola immaginaria che funga da cura di tutti i mali”.
Da un punto di vista cinematografico ci sono dentro diverse muse. “Principalmente due registi mi hanno illuminato: Hayao Miyazaki e Akira Kurosawa”. Entrambi giapponesi. “E aggiungo Mari Natsuki, l’attrice giapponese che è grandissima nel prestare la voce ai lungometraggi animati. Di Miyazaki c’è l’arte dell’animazione, nelle più vive sfaccettature della sua tecnica. Che non è solo tecnologia. Ma immaginazione. Di Kurosawa la voce della natura, la sua possenza, la tradizione. Natsuki invece ha ispirato i suoi colleghi occidentali che sono stati  doppiatori eccezionali (le voci principali sono di Bill Murray, Tilda Swinton, Bryan Cranston, Scarlett Johansson, Greta Gerwig e Jeff Goldblum, ndr).  Ma non voglio più parlare di ispirazioni. Perché si ruba un po’ qualcosa da chi ti ispira. Ma se riesci a insinuare l’ispirazione senza nasconderla, e crei qualcosa di nuovo, allora non hai perso nulla lungo la strada. Ma arricchisci anche le fonti”.
Dentro però ci sono anche le serie natalizie della storica casa di produzione americana grande nei 50 e nei 60, Rankin-Bass, firmate dal maestro dell’animazione Ray Harryhausen. “Ci avete smascherati! Sì, la mia passione per Harryhausen è probabilmente il motivo per cui faccio film di animazione. E non solo”.
La magia delle animazioni firmate Anderson è anche da rintracciare in questa continuo dialogo con i colori del passato: “Abbiamo cercato di realizzare tutto nella camera. E non credo si possa definire questo film un’opera di computer grafica”.

Lascia una recensione

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy