Vedi Napoli e poi muori

In sala dal 26 il documentario di Enrico Caria: fotografia diretta e commovente, di una città in ostaggio della camorra
18 Gennaio 2007
Vedi Napoli e poi muori

La camorra siamo noi. A lanciare l’accusa è Vedi Napoli e poi muori di Enrico Caria, in sala per l’Istituto Luce dal prossimo 26 gennaio. Il documentario, realizzato dal giornalista e autore satirico di Cuore, Il Mattino e Le Iene in collaborazione con Felice Farina, gioca sull’amara lettura del titolo per ricostruire storia e realtà della vita quotidiana nei quartieri più degradati del capoluogo partenopeo. In un napoletano sentito e in prima persona, Caria parla a tutti, illustrando con chiarezza e partecipazione mali e contraddizioni della città che aveva lasciato all’inizio degli anni ’80. Più che un’inchiesta è una vera e propria fotografia, che parte dalla recente guerra di Camorra nella roccaforte malavitosa di Scampia, per ricostruire a ritroso le speranze di una città, che si era illusa di aver voltato definitivamente pagina. Attraverso le testimonianze di editori, giornalisti, parroci e rapper di periferia, emergono così le tante facce di uno stesso fenomeno: dal senso di colpa di chi ha abbandonato Napoli al suo destino emigrando altrove, a coloro che si piegano per sopravvivere o cercano nuove prospettive nella musica, fino all’amara constatazione della profonda corresponsabilità della borghesia locale.
Elemento caratterizzante è la naturalezza con cui le telecamere riportano gli umori delle due Napoli, quelle che lo stesso documentario definisce col mare e senza mare, coi turisti e i camorristi. Da una parte, cioè, gli angoli tornati a vivere grazie alla “primavera di Bassolino”, sindaco riuscito nell’impresa di liberarli da “immondezza, nerofumo e malandrini”, dall’altra i fortini di Scampia, terra senza Dio e senza legge, nata come deposito di droga e ormai luogo di incontrastato dominio della camorra. Due mondi, illustra Caria entrando nelle case e cercando protezione per avventurarsi nel Bronx della periferia, solo in apparenza agli antipodi, ma fra loro strettamente legati. Emblematiche le speranze che entrambi riponevano nell’America’s Cup di vela: occasione rilancio e rinnovamento per l’uno, pioggia di appalti miliardari per l’altro. Fra le testimonianze più toccanti quella del parroco di Scampia, che in trent’anni racconta di aver celebrato i funerali di oltre 70 morti ammazzati. Una militanza sul campo, la sua, passata anche per la disperata e simbolica costruzione delle sagome di compensato di due vigili urbani, con cui dare l’illusione e la simbolica speranza di una presenza istituzionale nel quartiere. Perché, come sottolinea poi il fondatore dell’anti-racket Tano Grasso, “la Camorra è prima di tutto un problema di identità e l’identità è tutto”.

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