Una storia Vera

Intervista a Francesca Melandri, regista del doc presentato al Pitigliani Kolno'a Festival
16 Novembre 2011
Una storia Vera

Chiude i battenti il Pitigliani Kolno’a Festival. Tra i tanti film presentati ha suscitato particolare interesse Vera di Francesca Melandri. Il doc racconta la storia di una ragazza ebrea croata, salvata da un carabiniere che la aiutò a scappare in Italia. Dopo la guerra, l’amara scoperta di essere l’unica sopravvissuta della sua famiglia. A distanza di tanti anni, Vera vive ancora in Italia e adesso alleva puledrini. La storia di un dolore e di una perdita fa da contraltare a una personalità che aiuta a fare nascere la vita. Abbiamo incontrato la regista del film, Francesca Melandri:
Come è entrata a conoscenza di Vera?
In maniera molto semplice: è un’amica di mia madre che da tempo me ne parlava. Diceva che dovevo conoscere questa persona straordinaria. Così, durante il giorno del mio compleanno di qualche anno fa, ci invitò entrambe a pranzo.
Cosa l’ha colpita di questa personalità?
La presenza prima di tutto. Lo straordinario mix di humour, memoria e concentrazione sulla cura dei suoi cavalli, la sua attività di tutti i giorni. Vera ci racconta la sua terribile storia di perdita e dolore con lucidità e precisione impressionanti. Non perde mai concretezza ed emozioni. Non si conoscono spesso persone così.
Le emozioni che voleva suscitare nel pubblico?
Non so se un autore possa volere suscitare emozioni. Può, semmai, provarle di persona rispetto al suo soggetto. E in qualche modo renderne partecipi gli spettatori. Prima di iniziare le riprese ho passato molto tempo con Vera, da sole, senza telecamere o macchine fotografiche. C’eravamo solo io, lei e un taccuino. Volevo vederla lavorare con i suoi cavalli. E che mi raccontasse la sua storia.
Perché?
Era un passaggio necessario: dovevo ottenere la sua fiducia e lei doveva farmi capire fino a che punto sarebbe stata disposta ad aprirsi nel film.
E com’è andata?
Non avrei potuto chiedere di meglio. Tra le altre cose Vera è una professionista dei media perché ha fatto la corrispondente estera per diverse testate in lingua inglese. Ha sempre dimostrato un grande rispetto per il mio lavoro. E un modo straordinariamente efficace di stare davanti alla telecamera.
Difficile la contrapposizione tra la vita e la morte?
Per niente. Visto che, da quello che ho potuto capire, è questa la cifra dell’esistenza di Vera. La sua vita è stata segnata dalla perdita quando lei era giovanissima. Sessant’anni dopo si dedica a fare nascere puledrini. A inventare un personaggio così non sembrerebbe realistico, ma Vera non è realistica, è reale.
Nel documentario c’è tanto humour…
Con uno spiritaccio dissacrante e intelligente come quello di Vera non è stato difficile. Il mio rimpianto è di non aver fatto un “making of” delle riprese. Ha fatto ridere tutta la troupe con la sua sagacia.
Progetti futuri?
A febbraio esce il mio nuovo romanzo, Più alto del mare, edito da Rizzoli. Tratterà gli anni bui del terrorismo, un anno dopo la morte di Moro. Un’altra storia di persone normali che cercano il loro modo irripetibile per non annegare nel flusso della Storia. Come Vera.

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