Un altro giro per Avati

"Più racconti, più vorresti raccontare", rivela Pupi. Che ritrova la Bologna anni '50, senza nostalgia
30 Marzo 2009
Un altro giro per Avati

“Nuovi stimoli a 70 anni? Anziché ridursi, si amplificano”. Parola di Pupi Avati, che porta in sala Gli amici del Bar Margherita, commedia sentimentale co-prodotta da Rai Cinema e Duea Film (gestita con il fratello Antonio). Protagonista nella Bologna del 1954 è il microcosmo che ruota intorno al Bar: Diego Abatantuono è il misterioso Al; Neri Marcorè è innamorato dell’entreneuse Laura Chiatti; Fabio De Luigi canta e soffre; il sessuofobo Luigi Lo Cascio rubacchia; Gianni Ippoliti non smette mai lo smoking; Luisa Ranieri insegna pianoforte e seduzione, mentre Katia Ricciarelli è la mamma del 18enne Taddeo, l’esordiente Pierpaolo Zizzi.

Dopo quella che definisci “la cupezza plumbea” de Il papà di Giovanna e in attesa del drammatico Il figlio più piccolo, con “l’amorale” Christian De Sica, una commedia: è il segreto della tua prolificità?

Che tra i registi italiani sia quello che racconta di più, lo si deve proprio all’alternanza di generi, tensioni narrative e stati d’animo. Era difficile mantenersi sulle temperature del Papà di Giovanna, volevo restituirmi alla leggerezza, alla solarità: ecco Gli amici del Bar Margherita.

Da dove ti viene questa versatilità?

Dall’infanzia, dalla cultura contadina dell’affabulazione: le persone esistevano in quanto riuscivano a dirsi. Mia madre, mia zia, le mie nonne, tutte sono state fornitrici inesauribili di episodi e aneddoti, di cui ho fatto tesoro. Poi col tempo, più racconti e più vorresti raccontare, nonostante a 70 anni il mio tempo non sia sconfinato.

Fondamentali per il tuo cinema sono gli attori, sia gli aficionados Abatantuono e Marcorè, sia new entry quali Lo Cascio, Chiatti e Ranieri: come ci lavori?

Con i primi ho trascorsi felici, sono amici riconvocati per interpretare personaggi nuovi, scritti su misura; per i secondi, nutro grande curiosità: Lo Cascio, che ha un’immagine seriosa e impegnata, qui si trova esposto in un ruolo sgangherato e divertente. A tutti mi piace dare un ambito inedito, come un musicista che suona in tre ottave e improvvisamente ne trova un’altra, con molta soddisfazione.

Come Lucio Dalla, autore della colonna sonora.

Lucio ha frequentato quello stesso ambiente, siamo quasi coetanei: ho tradito Riz Ortolani perché solo Dalla poteva dare il giusto corredo musicale.
Tutti si ritrovano al bar, nella Bologna della tua giovinezza…

Questo Bar Margherita è costruito dalla fantasia: nella realtà, non aveva alcuna peculiarità, era uguale a mille altri, luogo d’aggregazione dei maschi, che passavano le serate tra biliardo, stupidate, donne e sport. Un microcosmo ricostruito con personaggi al limite, tra scherzi ed esibizioni che dichiaravano la voglia di apparire, l’identità e la personalità di quegli anni ’50.
Che cosa è cambiato da allora?
Sembrano passati secoli: quei ragazzi erano privi di qualunque responsabilità, per la società non esistevano, vivevano nella dissipazione del tempo, pensando solo a divertire e divertirsi, liberi dalle ideologie e dall’impegno che sarebbero arrivati solo dieci anni dopo. Visto oggi sembra un mondo alto-medievale.

Nostalgia?

No, solo occhi lucidi e affettuosi sul quel mondo che per primo avrei abbandonato per Roma.

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy