The Dark Joker

Il fantasma di Ledger, un grande regista, la distruzione di un mito. Ecco i segreti de Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan
7 Luglio 2008
The Dark Joker

Da noi arriverà il 23 luglio, negli Stati Uniti un pò prima, il 18. The Dark Knight (in Italia Il cavaliere oscuro) è sicuramente il film più atteso della stagione. Aspettative accresciute certo dalla bontà del predecessore e dalle prime, positive, critiche che iniziano a piovere da oltreoceano. Secondo Variety il sequel di Batman Begins è “epica criminale ambiziosa e vigorosa, dall’appagante visionarietà e complessità morale”. Per Rolling Stones tutta l’operazione è “una potente provocazione travestita da cinefumetto”. Ma la febbre che rinfocola le attese intorno al nuovo Batman è presumibilmente un’altra. La sua origine va ricercata in quel tragico cortocircuito di reale e immaginario che ha accompagnato la lavorazione e il lancio del film. La morte di Heath Ledger, il Joker. L’attore, la maschera. C’è qualcosa di assurdo, di fatalmente sinistro nella sovrimpressione di queste due immagini, nell’impasto di grana e carne, vita e finzione. L’interprete ha rubato al clown la recita, il clown gli ha soffiato l’istantanea finale. Foto più volte riprodotta, rappresa, magnificata. The Dark Knight per tutti è diventato Joker/Ledger. Quasi un film a parte, lo spin-off imparentato alla lontana con la saga dell’uomo pipistrello. Eppure regista e cervelli da marketing la sparizione di Batman l’avevano prevista prima. Protagonista stavolta doveva essere lui, il pagliaccio feroce, il freak dal ghigno demoniaco, un Ledger “così assoluto e terrificante nella sua immersione nel ruolo da far sembrare i pur godibili Joker del passato, come Cesar Romero e Jack Nicholson, dei clown”, come sottolinea Variety. In fondo, chi è il Cavaliere oscuro? Il giustiziere tormentato dell’omonima graphic novel di Miller, o il maudit di porpora che campeggia in locandina? Batman o Joker? Difficile decidersi, confusi come sono nella black zone di un film che già dal titolo preferisce giocare a carte coperte. Occultamento studiato. Altrimenti perché rinunciare al nome del fumetto, sovvertire le leggi del merchandising e sfidare la superstizione dei produttori? Christopher Nolan è ambizione, talento, libertà creativa. Se vuole, può fare tutto. Le sue credenziali agli occhi della Warner sono i quasi 400 milioni di dollari fruttati dal precedente Batman Begins. Ostile alla riedizione incensata dell’eroe, l’autore di Memento decide di portare a termine la demolizione del mito già avviata nell’episodio precedente. Si affida alle strisce più originali e spregiudicate, quelle di Miller (Il ritorno del cavaliere oscuro) e di Moore (Batman: The Killing Joke). Recupera dal primo la chiave giustizialista, il personaggio da tragedia elisabettiana, le sue crociate anti-crimine. Eredita da Moore la valenza metaforica del Joker, anima nera e crudele, pericolosamente prossima a quella del “pipistrello”. Sfida infine la rivisitazione fiabesca realizzata da Burton, e dichiara: “Joker è la personificazione di tutte le radici dark della vicenda. Il centro focale. E, anche, l’ambigua risposta a poteri violenti”. Prima di tutto, il male. Una concessione alla ventata antieroica che sta sconvolgendo la calma piatta hollywoodiana? L’ennesima icona pop smitizzata, scomposta, infilata nella dark gallery degli eroi al rovescio, da Hellboy a Watchman, da Punisher a Wolverine? Nulla di ciò. “Mentre sfogliavo i fumetti, scoprivo quale idea affascinante vi fosse alla base: la presenza di Batman a Gotham City è una calamita per il crimine, la follia, il disordine. Quando affronti personaggi che vogliono farsi giustizia da soli, devi spiegarne il movente. Ed è questo a dare al protagonista un’aria così cupa. Il suo movente è il desiderio di vendetta”. La questione è: fino a che punto la guerra di Bruce è giusta? Le sue ragioni non sono forse quelle del tipico giustiziere urbano? Perdendo il centro della scena, Batman/Bale sprofonda nelle paludi del self made man, della violenza ammantata di virtù. L’aurea romantica s’offusca, cresce l’ombra, il doppio. “Male assoluto”, precisa il regista. Per questo astratto e imperituro. Il clown di Ledger non ha – non può avere – la profondità di quello di Nicholson. E’ poco più di un simbolo. La summa di tutte le paure americane, l’ossessione per il diverso, e il caos. In discussione ci sono i meccanismi di perpetuazione di una cultura. Sotto accusa la contraddittorietà di chi implora l’avvento di un angelo vendicatore quando la paura della violenza genera a sua volta violenza. Gotham non ha più nulla di fiabesco nell’universo di Nolan. Illuminata a giorno è più simile alla rovente Baghdad che alla metropoli nera della tradizione. I fondali di cartapesta si squarciano, tra le macerie emerge sfocata una figura malconcia. Riconoscibili: uniforme e stivali, maschera e mantello. Sembra Batman. E’ Joker.

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