Spazio FEdS, evangelizzare con il cinema

Presentato il primo capitolo del progetto di Gjon Kolndrekaj: un'opera multimediale e multilingue in 46 episodi, girato in 25 paesi in tutto il mondo
Spazio FEdS, evangelizzare con il cinema
Gjon Kolndrekaj - foto di Margherita Bagnara

L’impresa era difficile: tradurre senza tradire il messaggio del Catechismo della Chiesa Cattolica. Questo il progetto del VideoCatechismo della Chiesa Cattolica, realizzato da Gjon Kolndrekaj con la più alta tecnologia del 4K e registrato in 25 Paesi nel mondo, coinvolgendo 60.000 persone. Un’opera multimediale e multilingue, prodotta da CrossInMedia, in 46 episodi, della durata media di 30 minuti ciascuno, per un totale di circa 30 ore.

“Il cinema fa miracoli – afferma il regista – perché sprigiona l’immaginazione, racconta favole, fa diventare le storie delle testimonianze. Tradurre in immagini oltre mille pagine è stato faticoso e incredibile e abbiamo voluto che quest’opera fosse distribuita su tutti canali possibili: un libro con un mezzo digitale allegato, un iPad, una serie di dvd e ora la piattaforma”.

Nel corso di un incontro svolto oggi presso lo Spazio FEdS, in occasione della 77esima Mostra del Cinema di Venezia, Kolndrekaj ha presentato il primo capitolo dell’opera, alla presenza di S.E.R. mons. Francesco Moraglia (Patriarca di Venezia), padre Antonio Spadaro (direttore de La civiltà cattolica), Giulio Rapetti Mogol (Presidente della SIAE).

“La digitalizzazione dei contenuti – osserva Moraglia – rappresenta una sintesi felice e importante. In un discorso del 28 febbraio alla Pontifica Accademia della Vita, Papa Francesco parlava di galassia digitale e intelligenza artificiale. Su questa linea di messa a fuoco il progetto del VideoCatechismo lega credenti e non credenti, accomunati dal tema di cui l’umanità non può far finta di nulla: il creato. Il Papa parla di ecologia integrale: l’uomo è parte di un tutto. Noi siamo miliardi, apparteniamo a cinque continenti, facciamo parte di popoli ed etnie differenti, ma ci troviamo tutti di fronte a grandi domande alle quali dobbiamo dare delle risposte vere”.

Francesco Moraglia – foto di Margherita Bagnara

A proposito del lockdown: “Ci ha obbligato a fermarci, ma il Paese fermo ha rappresentato un’opportunità per riflettere di più. Un buon film o un buon libro possono essere un aiuto importante a chi vuol essere credente e amico dell’uomo. Un film può parlare attraverso prospettive, luci, colori, ponendo domande che si rivolgono all’emotività delle persone”.

“La Catechesi – continua Moraglia – deve tenere conto della possibilità di parlare all’uomo di oggi. Noi crediamo alla bontà del contenuto del messaggio cristiano, ma datichiamo a dirlo come l’interlocutore può intenderlo, ostinandoci a usare linguaggi che non appartengono all’orizzonte del momento. Quella del VideoCatechismo è una proposta che va al di là del discorso del credente e dell’uomo di fede, uno strumento per entrare nel mondo dell’intelligenza artificiale con l’intelligenza umana”.

“Questa è un’opera fondamentale – osserva padre Spadaro . perché mette in connessione professionalità, lingue, paesi, culture, persone. Abbiamo bisogno di immagini che potentemente salvino le parole della noia. Le parole ci cascano addosso. In quest’opera le parole producono immagini”.

Un’operazione valida per l’oggi, riflette Spadaro “ma chissà se sarà valida anche per domani: abbraccia la sfida di accogliere le immagini del contemporaneo. Penso a un paragone non ortodosso con la modella di Gucci, pesantemente attaccata per il suo aspetto: le icone devono accendere l’immaginare, non l’eccitazione. Solo così si può comunicare il messaggio. E narrando storie che non siano precise, perché la precisione è il contrario della verità: è la sfocatura della storia che ci coinvolge. La dottrina che diventa storie narrate con precisione astratta, come la vita”.

Mogol – foto di Margherita Bagnara

“A me non interessa la fiction – dice Mogol – ma la vita. Quando ho cominciato a scrivere canzoni, ho fatto la scelta di non inventare, perché la fiction non c’entra niente con la vita. Siamo tutti professionisti della vita. Per questo le mie canzoni sono nella memoria di tante persone. Questa di Gjon è un’opera storica che servirà a vivere di più la nostra fede e farla crescere. Nel 1988 ho scritto la canzone Gesù Cristo, non ricordavo neanche di averla scritta. Durante il lockdown un ragazzino ne ha fatto una cover, raggiungendo oltre centomila visualizzazioni. Ha colto la connessione tra la mia preghiera e il momento che stava vivendo. Allora ho pensato che valesse la pena farla aderire di più all’oggi: ho inserito delle strofe che dicono ‘io vivo la mia solitudine come la stai vivendo tu’ e ho fatto un riferimento al Papa da solo in Piazza San Pietro parlando di lui come ‘bianco d’infelicità’. Un esempio che fa capire quanto quest’opera multimediale possa essere fruita da milioni di ragazzi”.

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