Silvano Agosti: leggere nel cuore

Intervista a uno dei cineasti italiani più indipendenti, in occasione della nuova edizione del libro Lettere dalla Kirghisia: "I governi producono esistenza, la natura produce vita. Come fa un uomo a vivere così?"
Silvano Agosti: leggere nel cuore
foto di Mattia Iotti

Cineasta indipendente, clandestino, censurato, Silvano Agosti continua a lottare contro la violenza del potere. Tra gli autori più vitali e irriducibili del nostro cinema, produttore e sostenitore di tanti compagni di viaggio, da oltre mezzo secolo Agosti esplora la condizione umana. Nel 2004 ha pubblicato in autonomia Lettere dalla Kirghisia, un libro inusuale, un reportage in una terra ideale in forma di racconto epistolare, che ha toccato i cuori di molti lettori. Dal 26 maggio è tornato sugli scaffali in una nuova edizione (Mondadori, p. 136, € 15).

 

Nelle ultime pagine del libro c’è una lettera piuttosto spiazzante che le ha inviato Fabio Volo. “È successo qualcosa di strano con le tue lettere”, scrive Volo, “sono cresciute dentro di me, come un sentimento di risveglio”. E conclude: “Vado a fare finta di essere coinvolto in qualcosa”.

Fabio Volo è uno che guadagna milioni di euro l’anno ed esprime sofferenza e apatia. Quella lettera è lì per questo, ma è una pura casualità che sia proprio di Fabio Volo. Mi arrivano moltissime mail in cui le persone mi ringraziano perché il libro ha cambiato loro la vita completamente. C’è uno in particolare che ha rinunciato al lavoro e ora sta sempre con gli amici: è così felice.

 

Lei avverte i lettori di non cadere nell’inganno di definire Kirghisia un’utopia.

Il grafico della nuova copertina ha intuito la mia vita: mi ha rappresentato come un uomo che spinge una carriola vuota ma che contiene tutti i tesori del mondo. Questa è la sintesi della mia vita. E anche del libro. Ma il mio libro interpreta ciò che è nel tuo cuore, io ho solo trascritto. Io leggo nel cuore degli uomini e lo trascrivo sulla pagina bianca.

 

A Kirghisia gli anziani sono venerati, ballano, coltivano l’orto, sorridono. Qui da noi, invece, sono “barricati nelle loro case, seminascosti, murati vivi, attenti a non superare i margini esigui di una misera pensione”. Nel tempo della pandemia, sono i più sacrificati.

In questo mondo gli anziani chiusi negli ospizi hanno già firmato il contratto per la bara.

 

Da anni lei combatte affinché l’UNESCO e le Nazioni Unite riconoscano l’essere umano quale patrimonio dell’umanità. Secondo lei è una battaglia comprensibile agli uomini stessi?

Sì, perché li riguarda. Ma è incomprensibile ai governi, a quelli che hanno il potere e sono affaccendati in altro. Un deputato deve lottare con se stesso per accettare di prendere uno stipendio come compenso per il fatto che non deve fare assolutamente nulla, che non deve cambiare minimamente niente del reale. Supera la soglia di sbarramento e guadagna quaranta volte di più di un operaio: come starà messo con la sua coscienza? Avrà una coscienza quest’uomo? E potrà mai occuparsi di migliorare il destino degli uomini?

 

A Kirghisia gli esseri umani non sono ostaggi del lavoro.

Pensa alla mostruosità di stabilire che, nonostante tutto, la giornata di lavoro debba durare otto, dieci ore al giorno. Cioè tutta la vita. Così non c’è vita: c’è esistenza. I governi producono esistenza, la natura produce vita. Si può distrarre un po’, sì, ma come fa un uomo a vivere così? Quand’è che gioca?

 

La pandemia ha messo molti di noi di fronte al fatto che spesso si esiste e non si vive.

Ai miei seminari mi capita di dire: immaginate che per decreto legge la gente debba fare l’amore otto ore al giorno. L’amore è incantevole ma pensa che tortura diventerebbe non solo dopo tre mesi, ma anche dopo tre giorni. È talmente smembrata la coscienza dell’essere umano, è talmente inesistente che le persone finirebbero per ringraziare chi permette loro di poter fare l’amore otto ore al giorno.

 

Forse non ne siamo usciti migliori…

Ti fermo: solo che uno che non ha mai coltivato la terra si lamenta che non arrivi niente dalla pianta. Ci vuole tempo, ci vogliono anni. Spero che le persone abbiano il coraggio di pensare, non solo di esibire.

Silvano Agosti – foto di Giuliza

Da oltre trent’anni è responsabile dell’Azzurro Scipioni, sala cinematografica romana nata per presentare i film che restavano fuori dai circuiti ufficiali e riproporre i capolavori del passato.

Così come l’essere umano è stato espulso dall’umanità, il capolavoro è stato espulso dalla cultura.

 

Anche per voi è un momento di grande difficoltà: avete lanciato una campagna per proteggerlo.

Me l’hanno chiuso per quattro mesi, senza neanche fare una telefonata. Mi è stato impedito anche di andare a fare le pulizie. Più che triste è emblematico che i cinema siano stati chiusi proprio in questo periodo.

 

C’è un suo film del 1971, N.P. Il segreto, che nei giorni del lockdown è tornato in circolazione, rivelandosi ancora attuale se non profetico. Uno sconcertante apologo sociopolitico, che la RAI ha bloccato per anni.

L’ha tenuto segreto perché troppo imbarazzante.

 

In generale non è semplice poter vedere i suoi film.

Prossimamente inviterò i romani a vedere i miei film al prezzo di un euro. Ho fatto 12 lungometraggi, presumo che dopo la mia morte qualcuno se ne accorgerà, ma è ridicolo che oggi nessuno li veda, anche per capire perché non siano usciti. Perché non sono usciti? Non sta a me dare queste risposte.

 

I suoi film, compresi i documentari, rappresentano testimonianze molto precise della storia d’Italia, dall’antipsichiatria di Franco Basaglia (Il volo, Matti da slegare, La seconda ombra) alla contestazione (Ora e sempre – Riprendiamoci la vita) senza dimenticare l’indagine dei sentimenti (D’amore si vive, Quartiere).

Le persone non vedono film come Il volo perché vedono il marchio del documentario. Quando c’era la legge per cui si doveva proiettare un breve documentario prima di un lungometraggio, la gente soffriva. E così chi ha promosso quella legge ha marcificato l’interesse degli spettatori verso questi film. Io sono sempre disponibile per farli vedere. La domanda, come direbbe Lenin, è: che fare? Quale può essere il tuo contributo?

 

L’Azzurro Scipioni riapre?

Magari il 14 giugno ci dicono di riaprire a ottobre, chissà. Ma, sì, riapriamo il 15 giugno con quattro film. Partiamo con Il giardino delle delizie, il mio esordio. Poi un omaggio al mio caro amico Marco Bellocchio con Il traditore. E infine un doppio Martin Scorsese, Toro scatenato e Alice non abita più qui.

 

Gran programmazione.

Come sempre.

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