Quando l’arte è uber alles

“Sono le storie che scelgono me. Com’è possibile trasformare in arte il sangue delle nostre ferite?”, si chiede Florian Henckel von Donnersmarck. In gara a Venezia con Opera senza autore
Quando l’arte è uber alles

Dopo Le vite degli altri (Premio Oscar per il miglior film straniero) e la poco fortunata parentesi americana di The Tourist, Florian von Donnersmarck torna ad occuparsi di un periodo cruciale della storia tedesca.

Ispirato a fatti realmente accaduti, Opera senza autore racconta tre epoche attraverso l’intensa vita dell’artista Kurt Barnert (Tom Schilling), dal suo amore appassionato per Elisabeth (Paula Beer), al complicato rapporto con il suocero, l’ambiguo Professor Seeband (Sebastian Koch) che, disapprovando la scelta della figlia, cerca di intromettersi nella relazione tra Kurt ed Elisabeth. Quello che nessuno sa è che le loro vite sono già legate da un terribile crimine commesso da Seeband decenni prima.

“L’arte, la creazione dell’arte. Il senso delle immagini. Il titolo del film, Opera senza autore, indica se vogliamo anche la necessità dell’artista di proteggersi. Non vuole ancora spiegare, dire, distruggere la mistica che si cela dietro le sue opere. O forse, non può. Sa che le persone che vedranno i suoi lavori ne percepiranno la forza, la potenza, anche senza sapere di preciso che cosa significhino”, dice von Donnersmarck a Venezia, dove il film è in concorso.

Tom Schilling in Opera senza autore

 

 

“Credo che il mio personaggio abbia una sorta di dono, quello di osservare le cose, scorgere il loro corso dal dietro le quinte ma senza giudicarle. C’è una frase di Richter, il pittore, ‘I miei dipinti sono molto più intelligenti di me’, che mi pare possa in qualche modo sintetizzare la natura di Kurt”, spiega Tom Schilling, presente al Lido insieme agli altri interpreti del film, Sebastian Koch e Paula Beer.

“Io non scelgo una storia, è la storia che sceglie me. Mi sono innamorato di questa idea di esplorare la creatività umana: com’è possibile questa alchimia, come è possibile trasformare il sangue delle proprie ferite in arte?”, si chiede von Donnersmarck, che racconta il suo protagonista dagli anni dell’infanzia, durante gli orribili crimini del nazismo, fino alla maturazione definitiva compiuta durante gli anni della Germania divisa.

 

“Credo nell’arte libera, volevo mostrare che se un sistema politico comincia ad avere un’idea di come deve essere l’arte, l’arte è già perduta. I nazisti avevano la loro idea d’arte, lo stesso valeva per i comunisti, nella Germania dell’Est. È solo quando l’artista riesce a liberarsi che può dimostrare il proprio talento”.

Il titolo internazionale del film, che sarà distribuito in Italia da 01 a partire dal 4 ottobre, è Never Look Away, “non voltare mai lo sguardo”, frase che ricorre spesso nel corso del racconto: “E che spiega, in qualche modo, il fatto di aver affrontato in maniera frontale anche alcuni momenti della storia, quando vediamo le atrocità commesse dai nazisti nei confronti di coloro che ritenevano ‘disabili mentali’ – dice ancora il regista -. Non voglio rendere facile il compito della visione del mio film, come non voglio farla passare liscia a coloro i quali hanno compiuto tali atrocità, semplicemente volgendo lo sguardo altrove”.

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