Primo piano su Verdone

Il rock, Sergio Leone, le donne e il suo futuro. Il regista si racconta al festival di Taormina
21 Giugno 2006
Primo piano su Verdone

Confessioni alla Verdone. Incontri, passioni, attrici e varia umanità. Sul set e fuori. Non si sforza, Verdone, di essere sincero nella sua lezione di cinema: lo è al naturale. E quando deve dire, pur con tutto il rispetto, che Alberto Sordi non aveva grandi idee registiche, ma è stato, invece, uno degli attori più innovativi ed anarchici del cinema italiano, lo dice con convinzione, aggiungendo: “Era la conservazione, oggi non si scriverebbe e non si dirigerebbe più un film come faceva lui. Era solare col pubblico, ma viveva in una costante semioscurità. Rimane un uomo che è riuscito a dipingere perfettamente le nostre vergogne e miserie pur essendo un attore dinamitardo e, talvolta, comico”. Dai tempi di In viaggio con papà, tante cose sono cambiate nella vita di Verdone. Tante, ma non tutte. Elenchiamole: la passione per il rock, duro e puro: “Ho una collezione invidiabile di autografi, appesa alla parete, perché ho conservato una profonda riconoscenza verso tutte le rock star degli anni ’70 e ’80: mi hanno reso una persona felice. Oggi, invece, grande musica non ce n’è più, perché la musica è figlia del suo tempo. E il nostro è fatto di tristezza e preoccupazioni”. La memoria di Sergio Leone: “‘Sto’ film te lo devi girà da solo”, mi disse a proposito di Un sacco bello. Mi fece da aiuto regista per i primi due giorni di riprese. Poi mi lasciò. Ma per i sei mesi precedenti, ogni giorno, mi diede lezioni di cinema a casa sua, insegnandomi i dubbi del regista, la geometria delle riprese, la psicologia del set, la scelta dei collaboratori. Mi ha forgiato. Mi ha aiutato. Anche dopo che se ne era andato. Sul set di Compagni di scuola – un’idea che nacque da un’autentica serata tra compagni, sciagurata e triste, che non dimenticherò mai – ero disperato. Per la prima volta ho pianto sul set, davanti ad uno specchio: non sapevo come iniziare le riprese dei diciassette attori, iniziando dalla pagina 50 della sceneggiatura. Pregai Leone di soccorrermi: oggi la reputo una delle mie migliori regie”. Icone femminili? “Yoko Ono e, tra le attrici, Lauren Bacall: il taglio dei suoi occhi mi aveva stregato. Ebbi la fortuna di cenare con lei una sera. E mi lasciò un suo autografo con dedica: ‘A Carlo, il mio primo fan italiano, con enorme affetto, Lauren'”. Altre donne, altre attrici? “Vorrei essere ricordato come il regista che amava e valorizzava le sue attrici. Perché il mondo femminile mi è congeniale: la donna è un pianeta misterioso, affascinante, è più intelligente e profonda dell’uomo, anche se più lunatica”. Ma come sceglie, Carlo Verdone, un’attrice? “Frequentandole. Cercando di capire le loro nevrosi, le loro fragilità, la loro forza. Sono convinto di essere riuscito a raccontare tutte le mie attrici per quello che veramente sono, adattando il copione al loro carattere, senza mai farle deragliare. Facendomi capire. Innamorandomi dei dettagli: quelli che fanno la differenza. Quelli che tramutano l’apparenza in eleganza, che non si capisce mai al primo colpo”. E un attore? “Lo valuto da come muove le mani quando recita. Chi è impacciato con le mani significa che non sa comunicare e quindi non sa recitare”. E il Verdone prima attore e poi regista, come si valuta? “Capace di vedersi oggettivamente. Quindi, umiltà, equilibrio. Chi strilla sul set non si sa imporre. Sono per la regia psicologica: essere un bravo psicologo significa possedere un’autorità positiva nei confronti degli attori e del set. Ma quello che davvero un regista deve avere è una salute di ferro”. Le storie di Verdone? “Prese dal grande cinema in bianco e nero, da Fellini, Germi e Pietrangeli. Dove comico e drammatico procedono insieme. Prendiamo Fellini: Lo sceicco bianco è una commedia ironica, una storia semplice. Un film pieno di dettagli comici e di amarezza cialtrona. I vitelloni: un esame istologico della realtà che, nei dettagli, è anche comica, porta ad una risata amara. Le grandi risate sono sempre quelle abbinate ad una situazione drammatica. Solo Totò è stato capace di fare la commedia ridanciana”. Il Verdone di ieri e il Verdone di domani, per chiudere: “Sono stato un narratore di cafonerie, attratto dal raccontare la solitudine del borgataro, del coatto. Ancora oggi racconto le nevrosi. Mi sembra che la mia carriera sia andata avanti sposando l’età che ho di volta in volta. Una cosa è certa: sono trent’anni che racconto queste storie e il pubblico mi segue. Quindi funzionano. Arriverà, però, il momento in cui girerò un film e basta: nei miei film io sono la gioia e l’ostacolo. Solo come regista, mi potrei muovere liberamente. E, come attore, direi di sì a quel regista che mi offrisse soltanto un film drammatico. Perché un grande attore comico può dare il meglio di sé in un grande ruolo drammatico”. Nel frattempo, Carlo Verdone continuerà a far sorridere: il 19 agosto inizia le riprese del suo capitolo, il secondo di quattro, nel nuovo Manuale d’amore: “Con Veronesi mi sento protetto. Sono quattro belle storie. Speriamo di far bene”.

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