Pietro Castellitto, predatori e prede

"La curiosità della reazione in sala vince l’ansia di essere qui", dice il neoregista. In gara negli Orizzonti di Venezia 77 con la sua opera prima e il beneplacito di papà Sergio e mamma Margaret Mazzantini: "A loro il film è piaciuto"
Pietro Castellitto, predatori e prede
Pietro Castellitto: I predatori

“Sono veramente curioso di vedere, di sentire le reazioni della sala. È come se ancora mancasse un pezzo al film. La curiosità vince l’ansia, ed essere a Venezia è un’enorme felicità: ho tanti ricordi, ci accompagnavo papà quand’ero piccolo, andavamo al Des Bains, ho preso parte alla giuria del Leoncino d’Oro. Poi questa edizione del Festival è molto particolare per i motivi che conosciamo”.

Pietro Castellitto arriva al Lido per presentare la sua opera prima, I predatori, prodotto da Domenico Procacci per Fandango con Rai Cinema, oggi in concorso in Orizzonti e dal 22 ottobre in sala con 01 distribution.

I predatori

“Non lo capisci mai quando è il momento giusto per fare il regista, presumi di capirlo. Nel mio caso ho pensato di poterlo fare quando iniziai a scrivere la sceneggiatura, anni fa. Avevo deciso che non avrei più fatto l’attore e quella scelta mi ha dato una sorta di libertà mentale: se non facevo più l’attore che altro avrei potuto fare?”, racconta ancora Castellitto, che l’attore poi ha comunque continuato a farlo.

In attesa di vederlo vestire i panni di Francesco Totti nella serie Speravo de morì prima – della quale per ovvie ragioni non può parlare, ma si dice “non ansioso del giudizio dei milioni di appassionati dell’ex fuoriclasse giallorosso: a me fa più paura se mi giudica una sola persona, ammazzare milioni di persone con una bomba è facile, ammazzarne una sola a mani nude è più difficile. Spero solo che sia felice lui” – Castellitto nei Predatori interpreta Federico, assistente di filosofia 25enne che del tutto casualmente finirà per far collidere due famiglie apparentemente incompatibili: i Pavone e i Vismara.

Borghese  e intellettuale  la  prima,  proletaria  e  fascista  la  seconda. Nuclei opposti che condividono  la  stessa  giungla,  Roma. Un banale  incidente  farà  collidere  quei due poli. E la follia di un ragazzo di 25 anni scoprirà le carte per rivelare che tutti hanno  un  segreto  e  nessuno  è  ciò  che  sembra. E  che  siamo  tutti predatori.

Fanno parte del cast Massimo Popolizio e Manuela Mandracchia, stimato chirurgo il primo, rinomata regista cinematografica la seconda, nonché genitori di Federico, Dario Cassini (collega del medico), poi Giorgio Montanini e Giulia Petrini (sono Claudio Vismara e la moglie Teresa), oltre ad Anita Caprioli, Antonio Gerardi, Marzia Ubaldi, Claudio Camilli e in due piccoli ruoli Nando Paone e Vinicio Marchioni.

I predatori @Matteo Vieille

“Il film è più bello di quanto lo fosse la sceneggiatura, e questo è merito della bravura degli attori”, racconta ancora Castellitto, che aggiunge: “La scelta del cast nasce anche dopo aver parlato con Domenico, spesso si prendono sempre gli stessi attori e i risultati finali, anche di botteghino, sono deludenti. L’idea era quella di scegliere attori giusti per il ruolo, che avessero un’elettricità adeguata per la storia, l’anima giusta. E Domenico è riuscito a convincerli tutti. Volevo attori che restituissero il personaggio anziché loro stessi. La faccia nota che non è funzionale alla storia non mi serviva”.

Incassato anche il beneplacito di papà Sergio e mamma Margaret Mazzantini (“il film lo hanno visto, gli è piaciuto, e durante il lockdown mi hanno anche dato qualche consiglio su cosa tagliare in fase di montaggio”), il neoregista confessa di aver incontrato qualche “predatore” nella sua vita, “ma le umiliazioni che subisci nella vita ti aiutano anche a diventare ciò che sei. E se cresci in un ambiente troppo ovattato finisce che non sviluppi neanche il senso dell’ironia”.

I predatori

I predatori @ Matteo Vieille

Ironia, feroce, che non manca al suo film, in alcune scene addirittura esplosiva, come quando il personaggio di Federico utilizza un David di Donatello vinto dalla madre per distruggere un enorme salvadanaio o durante la cena di famiglia in cui la situazione sfugge a dir poco di mano.

“L’idea del David – che tra l’altro era uno di quelli conservati da Domenico Procacci e si è anche rotto, ma spero che quello fosse finto – è venuta semplicemente perché mi sembrava un gancio divertente con la sequenza introduttiva di casa Pavone, con la sfilata di statuette esposte sulla mensola. La scena della cena invece ricorda un clima nordico da un punto di vista di regia e illuminazione, ma il contenuto è totalmente italiano. Tra l’altro ero molto affezionato a quella sequenza, di 7 minuti, che a ben vedere è anche superflua rispetto all’economia del racconto, sono quelle situazioni che secondo il manuale delle sceneggiature ti direbbero di tagliare, al massimo ridurre”.

Sul concetto di prede e predatori si soffermano anche gli attori presenti a Venezia per accompagnare il film: “Ci si riconosce molto spesso in predatori e altre volte in prede. Per un attore non è importante averli conosciuti o meno, per un film invece è importante rendere credibili alcune situazioni. Il copione era un’indicazione, ma Pietro è uno di quei registi che non fa un ciak, ne fa dieci, quindici, finché la materia non è calda”, dice Massimo Popolizio.

Massimo Popolizio in una scena del film – Foto Matteo Vieille

Al quale fa eco Manuela Mandracchia: “Questa è la natura, siamo tutti predatori o prede a seconda dei momenti. Spesso si finge, il film è surreale ed esasperato, ma in questo gioco l’ambizione è quella di raccontare l’ambivalenza della natura umana”.

Mentre secondo Dario Cassini, “il concetto di ironia nasce sempre e comunque come tentativo di autodifesa. Arrivati a un certo punto della tua vita di predatori ne incontri sempre meno, e sono tutti quelli a cui sono dedicati i servizi dei telegiornali, dalla cronaca alla politica. La bravura di Pietro come regista è stata anche quella di dimostrare che in un ambiente di solito sempre compulsivo qual è il set si può invece lavorare con allegria e leggerezza”.

Complimenti al neoregista arrivano anche da Giulia Petrini: “Il suo modo di essere ha fatto sì che non ci fosse nessuna percezione di struttura preconfezionata durante la lavorazione del film”.

“Pietro è una persona di intelligenza e sensibilità disarmante, ho visto in lui la grandissima padronanza di quello che voleva fare, un grande cuore, un artista completo. E sentiremo parlare di lui molto più di quanto non avvenga già ora”, aggiunge Giorgio Montanini, che sul senso del film dice: “È un mondo miserabile questo qui. Chi lo capisce ha bisogno di una catarsi, magari attraverso la comicità o l’arte. L’unico modo di difendersi dalla gente che c’è in giro è schermarsi dietro una certa immagine”.

F.Borghese G.Montanini G.Petrini @Matteo Vieille

Infine, sulla rappresentazione della famiglia Vismara, “simpatizzanti” dell’estrema destra, Castellitto spiega: “Non mi sono documentato chissà quanto, ho visto delle foto che mio cugino aveva fatto per un progetto dell’Espresso, su quegli ambienti. Ma l’appartenenza politica dei Vismara è una conseguenza finale, mi serviva semplicemente come antitesi alla famiglia borghese: da una parte i ben inseriti, dall’altra i reietti intellettuali. Quello che volevo era provare a dare umanità a quegli ambienti”.

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