Noi siamo i Figli delle stelle

"Raccontiamo in commedia il disagio della precarietà esistenziale degli over 35", dice Lucio Pellegrini. Che "assolda" Volo, Favino, Battiston, Sassanelli e la Pandolfi per rapire un politico... Ma è quello "sbagliato"
18 Ottobre 2010
Noi siamo i Figli delle stelle

“Stanno già preparando un dossier su Lucio Pellegrini, verrà fuori non appena finiscono con la Marcegaglia”. La mette sul ridere, come sempre, Fabio Volo, per sdrammatizzare sulle eventuali polemiche che seguiranno l’uscita in sala di Figli delle stelle, nuovo film del regista astigiano (che nel 2003 aveva rievocato i fatti del G8 con Ora o mai più), interpretato dallo stesso Volo insieme a Pierfrancesco Favino, Giuseppe Battiston, Claudia Pandolfi e Paolo Sassanelli, sugli schermi (circa 250) dal 22 ottobre distribuito da Warner Bros.
Commedia dolceamara su un gruppo di over 35 che decide di sequestrare un politico e con il riscatto risarcire la vedova di un operaio morto sul lavoro, Figli delle stelle racconta la strana “convivenza” tra un gruppo di rapitori improbabili e un politico stupito e incredulo: “In questo particolare momento storico del paese è facile che qualsiasi cosa possa far nascere polemiche dal nulla, quindi tutto può succedere. Certo è che in condizioni normali non dovrebbe accadere niente”, dice il regista, deciso insieme ai due sceneggiatori Francesco Cenni e Michele Pellegrini a raccontare, in commedia, “la realtà di personaggi non più giovani ma non ancora davvero adulti, costretti a vivere in una condizione di precariato esistenziale i quali, improvvisamente, si uniscono per mettere a segno un colpo talmente assurdo che il loro coraggio oltrepassa i limiti del delirio mentale”.
Il “colpo” in questione, come detto, è quello di sequestrare un ministro borioso (interpretato da Fabrizio Rondolino, alla fine degli anni ’90 portavoce di Massimo D’Alema), ma finiscono per prendere il tizio sbagliato, un sottosegretario (Giorgio Tirabassi) che col passare del tempo si dimostra addirittura una persona perbene: “Questo è l’elemento rappresentativo della sfiga dei personaggi, autodistruttivi al punto di rapire l’unico politico buono”, spiega Pellegrini, che smorza sul nascere venticelli destinati a trasformarsi in polveroni: “Lo sguardo benevolo non è sull’atto che viene compiuto, ma sui personaggi, che per forza di cose andando avanti con il film diventa empatico, allo stesso modo di quanto accade con il politico”.
Sulla scia delle grandi commedie italiane del passato, e ispirandosi ai “magnifici perdenti” cari a Monicelli (I soliti ignoti su tutti), Pellegrini non nasconde l’apporto decisivo avuto per intero dal cast, formato da “attori speciali che hanno contribuito fattivamente alla caratterizzazione di ciascun personaggio”. Tra questi, i ritrovati (dopo l’esperienza comune nel televisivo I liceali) Claudia Pandolfi (nel film è Marilù, aspirante conduttrice tv e “intrusa” nel gruppo dei rapitori) e Giorgio Tirabassi (il sottosegretario Stella), Paolo Sassanelli (è Ramon, uomo misterioso da poco uscito di galera), Giuseppe Battiston (è Bauer, assistente di sociologia, “un disgraziato vero, rancoroso e livoroso, capace di trasformare ogni cosa in una questione politica”), Fabio Volo (è Toni, collega del portuale morto nel nord-est italiano) e Pierfrancesco Favino (è Pepe, costretto a lavorare in un autogrill in attesa di un posto come insegnante di educazione fisica): “Grazie a Lucio (Pellegrini, ndr) – dice quest’ultimo – abbiamo la possibilità di parlare di un disagio, anche di riderci sopra, e questo film riesce oltretutto a rendere perfettamente quella strana sensazione di appartenere ogni giorno a due giorni prima, come se la velocità reale del mondo sia nelle mani di qualcun altro. E noi ci si ritrova ogni volta a dover rincorrere”. Sensazione comune a Fabio Volo, che ha accettato la parte solo dopo essersi assicurato che avrebbe indossato “per tutto il film il giaccone jeans con il pelo, che mia madre aveva buttato anni fa senza chiedermi il permesso”, altro elemento vintage che fa pendant con il titolo stesso del film, ovviamente riferito all’omonima canzone di Alan Sorrenti: “Il titolo nasce in seconda battuta – racconta ancora Pellegrini – e molto probabilmente è frutto dell’ambientazione della seconda parte del film, in quella casetta di montagna in Val d’Aosta chiusa da molti anni, che racchiude l’infanzia di Marilù. Abbiamo immaginato potesse essere un disco presente in quel contesto e, perché no, rappresentare una sorta di trait d’union con i nostri personaggi, sognatori e perdenti”.

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