Maya l’indiana

"Molto vicina alla cultura Mohawk. Del loro genocidio non si parla abbastanza", dice la Sansa. protagonista con Marina Hands e James Thiérrée del nuovo film di Claude Miller, in concorso
1 Novembre 2011
Maya l’indiana
Maya Sansa in Voyez comme ils dansent

“Privilegiata”. Si sente così Maya Sansa. E come potrebbe essere altrimenti? “Quante volte capita che un regista francese chiami un’attrice italiana e le faccia fare un’indiana americana?”, è la domanda retorica della nostra interprete, protagonista con James Thiérrée (figlio di Victoria Chaplin) e Marina Hands del dramma sentimentale, Voyez comme ils dansent, diretto da Claude Miller e in concorso a Roma (il regista, impegnato nelle riprese del suo nuovo film, non è potuto venire nella capitale). Uno strano triangolo quello del film, nel senso che un lato manca: è quello disegnato da Vic Clement, artista di enorme successo e di smisurata inquietudine, croce e delizia di due donne, la prima moglie Lise (marina Hands) e la compagna/infermiera Alex (la Sansa), che è anche l’ultima ad averlo visto vivo. Una love story con fantasma, da cui le due donne provano a capirci qualcosa, prima da sole e poi insieme, visto che il caso le farà incontrare. Intimista e doloroso, Voyez comme ils dansent riflette sul senso di perdita e sulla incapacità dell’amore di salvare, e lo fa attraverso il gioco di specchi tra due donne diverse “ma mai gelose o in competizione. All’una e l’altra – spiega la Sansa – manca un tassello importante nella loro storia con Vic e insieme cercano di scoprire quale”. Come altri personaggi di Miller (pensiamo a Emmanuelle Seigner del Sorriso), anche quello della Sansa è definito dal non detto, la sottrazione, il mistero: “Ma non mi sono ispirata a ruoli e interpretazioni precedenti, lo trovo controproducente”. La direzione di Miller? “Come quella di un direttore d’orchestra. Si affida molto agli attori che sceglie, modula, ma non impone nulla. E’ una persona molto serena e sul set si respirava un’aria tranquilla”. L’unico suggerimento è la visione di un documentario sui Mohawk – la vicenda si svolge per metà nell’Alberta, dove esiste una riserva per la popolazione indiana – incentrato “su una donna cresciuta lontana dalla tribù”. Quella dei Mohawk è una storia che appassiona molto la Sansa: “Del loro genocidio non si parla mai, l’America è stata brava a insabbiarlo”. Il legame con la cultura indiana è forte per l’attrice italiana, interessata molto “al loro mondo poetico e spirituale. Se dovessi scegliere un riferimento utile per il mio personaggio direi l’orso guaritore, simbolo salvifico della loro tradizione”. La Sansa, che sfoggia nel film un inglese perfetto (“Mi sono formata a Londra prima di essere richiamata in Italia da Bellocchio”), afferma di non essere esterofila, ma di avere scelto di vivere fuori dal suo paese “per avere un punto di vista diverso su me stessa”. Contrariamente all’inquieto Vic del film si dice “capace di gestire i cortocircuiti tra arte e vita”. Nell’immediato futuro ha in programma un viaggio in Africa per motivi umanitari, mentre presto tornerà in sala con i film di Gianni Amelio – Il primo uomo (interpreta la giovane madre di Camus) – e di Davide Marengo (Breve storia di lunghi tradimenti): “Ultimamente sono stata a New York invece, dove ho girato un corto per Giada Colagrande”.

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