Le Mosse (poco) vincenti di Tom

"Spero l'America non esploda: come voi, lottiamo per sopravvivere", dice McCarthy. A Torino con l'avvocato (truffaldino) Paul Giamatti
26 Novembre 2011
Le Mosse (poco) vincenti di Tom

“Spero che l’America non stia per esplodere, ma il film parla di come le cose non miglioreranno e per un bel po’ di tempo. La sfida è imparare a vivere con questa mancanza, cercando un modo per andare avanti: è difficile abbassare i propri standard, ma il popolo Usa, così come il vostro e tanti altri, sta lottando non per avere di più, ma per mantenere quel che ha. Problema, quando le persone sono spaventate, c’è il rischio di prendere decisioni sbagliate”. Così il regista Thomas McCarthy (L’ospite inatteso) presenta il suo Win Win, in Concorso a Torino 29 e dal 9 dicembre nelle nostre sale con 20th Century Fox e il titolo Mosse vincenti. Protagonista è il mediocre avvocato Mike (Paul Giamatti), he per mettere una pezza ai suoi guai finanziari – tiene famiglia – sfrutta la tutela di un anziano cliente, Leo (Burt Young), malato d’Alzheimer: le cose si complicano con l’arrivo del nipote del vecchio, Kyle (Alex Shaffer), che scappato di casa e dalla madre difficile si rifugia da Mike, portando in dote la sua bravura di lottatore – Mike fa l’allenatore di una squadra di perdenti –  ma anche non pochi problemi…
“All’inizio, il mio desiderio era di fare un film sulla lotta libera nei licei, poi si è trasformato in una riflessione sulle regole personali, il codice etico di ognuno di noi, ma i mass media continuavano a parlare di situazione pessima, errori catastrofici: tuttavia, chi avrebbe voluto andare a vedere un film che parlasse di queste cose? Da qui, la volontà di dare un manto più accettabile a tematiche complesse: dire le cose e farle dimenticare al tempo stesso, inducendo comunque una riflessione. Per questo, il tono di Win Win è diverso dai miei precedenti L’ospite inatteso  e Station Agent”, sottolinea Tom McCarthy, e precisa: “A un certo punto, ci dimentichiamo quel che fa Mike: del resto, abbiamo creduto alla bolla, ci siamo illusi, ma poi è scoppiata, e analogamente questo è il percorso dei miei protagonisti. Ma, ripeto, un tono più duro, acido avrebbe comportato la demonizzazione delle responsabilità di ciascuno, l’individuazione di un cattivo”.
Viceversa, il personaggio di Leo “rappresenta una generazione che ha vissuto semplicemente e risparmiato, vivendo al di sotto proprio status finanziario: non è necessariamente un fatto positivo, ma sicuramente molto diverso da come la gente vive oggi. Noi pensiamo di meritare di più, anche senza pagare, ed è affascinante il ruolo del singolo nell’aver contribuito a creare questa difficile situazione: Win Win, il titolo viene da qui, perché vincono tutti, non perde nessuno. Rate, gratis, e ci siamo presi case senza avere i soldi grazie a mutui: ci sono responsabilità da prendere, non solo accusare i cattivi a Wall Street”, esorta il regista.
In effetti, seppur non letteralmente, il film parla anche di Wall Street, partendo dai suburbs: “Fare il ritratto della classe media nelle cittadine periferiche, questo era il mio obiettivo. Non un commento sulla realtà suburbana, né condiscendenza, né condanna, né sentimentalismo: negli Usa si parla di Wall Street vs Main Street, la vita reale, ma WS non è la casa del demonio: mio fratello e mio cognato ci lavorano, è un mondo piacevole dove, purtroppo, si compiono cattive scelte. E questo mi interessava anche in Win Win: una bella storia e cattive scelte”. Ultima parola sul suo protagonista, Paul Giamatti, che Tom conosce da lungo tempo: “L’ho scelto perché raramente ha interpretato un uomo che ama la vita, quale Mike. Gli ho detto, Paul avrai un ostacolo, e lui ha concluso la frase: “Sì, è felice”, e tutti e due messi ci siamo messi a ridere. Comunque, prima delle riprese abbiamo fatto delle foto, e lui davvero faceva fatica a sorridere: in Win Win il tema del sorriso è centrale, ma non tutti ce la fanno…”.

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