La versione di David

“Mostrare il male deve avere un costo per lo spettatore”, dice Fincher. Che regala a Roma la sua conturbante Gone Girl
20 Ottobre 2014
La versione di David

Che cosa l’ha attirata del romanzo di Gillian Flynn?
Ho fatto parecchi film carichi di colpi di scena e molti mi reputano un regista che punta soprattutto all’effetto sorpresa sul pubblico. Fondamentalmente non mi interessa più, almeno non come in passato. Ho trovato molto interessante il libro della Flynn, che è anche sceneggiatrice del film, non tanto per la parte mistery, ma per l’idea forte che lo sottende: fino a che punto le persone sono disposte a seguire il proprio narcisismo e in che modo costruiscono le relazioni affettive proiettando sull’altro l’immagine che hanno di se stessi? Per me questa dinamica e questi conflitti sono molto seducenti.
Sorprende il tono in cui ha deciso di trasporre tutto questo. C’è un distacco, un’ironia e un’ostentazione dei trucchi che fanno pensare a un certo punto che lei abbia voluto mostrare in realtà il backstage del film. Senza contare che è la sua prima dark comedy in carriera.
Si, c’è qualcosa di squisitamente buffo in quello che racconto qui. In realtà il film di per è costruito in tre atti, ciascuno corrispondente a un genere preciso: nel primo c’è il mistery, nel secondo un thriller dell’assurdo e nel terzo la satira. Anche se la parte mistery attraversa tutti e tre questi momenti. Di fatto sono rimasto fedele al romanzo, che ci presenta una visione totalmente dissacrante della cultura delle apparenze.
In passato molti le hanno rimproverato di fare film misogini, in cui le donne, quando presenti, sono figure negative o mascolinizzate. L’amore bugiardo – Gone Girl rischia fortemente di avallare questa tesi.
Credo stavolta di potermi difendere dicendo che è tutta farina del sacco di una donna. Io non c’entro nulla. Seriamente, non penso che le figure femminili qui siano peggiori di quelle maschili. Se vogliamo si equivalgono, pure se in negativo. Anzi, a dirla tutta, le donne del film sono di gran lunga più evolute e intelligenti degli uomini. Chi mi giudica misogino evidentemente non guarda bene.
Sempre a proposito di gender, è evidente come qui ci sia una contrapposizione netta tra una violenza primitiva, fisica e brutale, che è tipica del maschio e una più sofisticata, intellettuale, che è invece prerogativa delle donne. Qual è la più pericolosa per lei?
Non credo che la violenza fisica sia solo del maschio né al contrario che quella più elusiva sia appannaggio dell’universo femminile. Conosco uomini estremamente diabolici che non alzerebbero mai un dito e donne fisicamente aggressive. E’ una distinzione fasulla: la violenza, di qualunque natura essa sia, è una caratteristica del genere umano. Nei miei film ho sempre cercato di farla vedere, di farla sentire. Non voglio che il pubblico esca dalla sala rassicurato su questo. La violenza è terribile, deve scuoterci, impressionarci. Guardarla deve avere un costo per lo spettatore. Questo è l’unico punto fermo che sento di riconoscermi. Ed è un punto morale.
Fino ad oggi lei si è mosso con un piede dentro Hollywood e l’altro fuori. Se da una parte i suoi film sono riconducibili a una tradizione di generi, dall’altra sembra emergere ogni volta la volontà di destrutturare certi canoni narrativi. Lei si considera un autore o un ottimo artigiano?
Non mi definirei un autore. L’autore ha il controllo totale sul proprio lavoro, come il pittore con il quadro. No, decisamente non mi paragono a un pittore. Inevitabilmente metti sempre qualcosa di tuo in quello che fai, ma bisogna tenere conto che prendi le tue decisioni insieme a centinaia di persone e che in ballo ci sono tanti soldi. La mia professione è più simile a quella di un giocatore professionista in un team sportivo. L’arte, per come la vedo io, c’entra poco.
E’ indubbio però che nei soggetti da lei scelti finora ci sono delle costanti: personaggi perlopiù deprecabili, l’assoluta mancanza di happy end, una visione cupa e quasi nichilistica dell’esistenza, storie che giocano al gatto e al topo con il pubblico.
Forse sì. Però va ricordato che non sono io a finanziare questi film, è qualcun altro che li paga. Non li faccio a prescindere da qualcuno che ci metti i soldi, ma per qualcuno che ce li mette.

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