Italia, Futura

"Non volevamo sapere le loro storie, ma conoscere le loro opinioni", dice Alice Rohrwacher. Con Pietro Marcello e Francesco Munzi alla Quinzaine di Cannes con un film-inchiesta sui giovani d'oggi
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Francesco Munzi, Alice Rohrwacher, Pietro Marcello - credit Tiziana Poli

“Spesso fa comodo continuare a definirsi giovani a lungo. Per noi sono i divenenti, coloro i quali non sono più bambini ma non sono ancora adulti. Questa è una generazione molto abituata a raccontarsi, noi non volevamo sapere le loro storie, né raccogliere elementi di cronaca, ma le loro opinioni. Perché oggigiorno sono abituati a raccontarsi attraverso molti strumenti, ma forse non sono abituati ad interrogarsi. Chiedere loro quale idea hanno del futuro vuol dire provare a ragionare su qualcosa che non esiste e quindi qualcosa che si deve immaginare. E la capacità che loro hanno di immaginare dipende anche da noi, da quello che l’epoca precedente ha depositato”.

Alice Rohrwacher è al Festival di Cannes con Futura, ospitato alla Quinzaine des Réalisateurs, film-inchiesta realizzato insieme a Pietro Marcello e Francesco Munzi, che attraverso un viaggio lungo l’Italia prova ad intercettare lo stato d’animo delle nuove generazioni.

“Siamo riusciti a fare questo film perché ci siamo messi insieme. Al servizio dei giovani, come esecutori, ed è stato l’unico modo per realizzarlo. Di solito parliamo di storie, romanzi, della nostra visione del mondo: abbiamo smontato questa impostazione”, spiega Pietro Marcello, che aggiunge: “Futura è un film orizzontale, senza verticalismi. Per me è stata un’esperienza importantissima, intanto perché ho potuto apprezzare il ritrovarsi a lavorare insieme agli altri”.

Lavorazione iniziata a febbraio 2020, bruscamente interrotta il mese successivo per lo scoppio della pandemia, poi proseguita con la pandemia ancora in corso: “Questo è un affresco che si è trasformato nel tempo, ci siamo ritrovati nel mezzo di una pandemia, ma abbiamo proseguito. Non c’era un sociologo tra di noi, è stato un vero e proprio reportage. Ed è anche un film sull’ideologia del cinema, sulla sua potenza. È un film didattico, d’archivio, consegnato al futuro”, racconta ancora Marcello.

Che si dice profondamente toccato da questa esperienza, perché “ai ragazzi è stato violato l’immaginario, ora è colonizzato, io quando ero piccolo andavo a scuola da solo, passeggiando per le campagne. I social network hanno preso il posto dell’immaginario. Vedere una parte di questi ragazzi pietrificati fa male, soprattutto se sei genitore. Con la pandemia giocoforza è aumentata la confusione. I giovani non hanno uno spazio in questa società”.

Futura

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Nato con lo scopo di esplorare l’idea di futuro di ragazze e ragazzi tra i 15 e i 20 anni incontrati nel corso di un lungo viaggio attraverso le varie città, province e paesini italiani, il film (che sarà distribuito da Luce-Cinecittà e poi trasmesso dalla Rai in prima serata) è un ritratto del Paese osservato attraverso gli occhi di adolescenti che raccontano i luoghi in cui abitano, i propri sogni e le proprie aspettative tra desideri e paure.

“La voce di questi ragazzi di solito non si sente e domandare loro del futuro implica e evoca altre domande più sotterranee, forse più importanti. Quando senti l’inerzia, il condizionamento, automaticamente la domanda ti si rivolge contro: qual è la tua responsabilità di adulto, genitore, insegnante?”, si chiede Francesco Munzi, che riflette sulla difficoltà di ipotizzare un futuro da parte dei ragazzi incontrati: “I giovani di oggi parlano con un tempo complicato. Si muovono su un presente difficile da acchiappare, sono bravi a navigare e a crearsi spazi di libertà. Hanno gli strumenti per affrontare la loro epoca ma evidentemente non sono bastevoli. Abbiamo registrato il paradosso di immaginare un futuro perché è come se fossero ingabbiati in un presente che non lascia loro la possibilità di intravederlo”.

Quello che emerge con forza, dunque, è una sensazione di inquietudine costante, profonda: “Questo era un film libero dalla meta, il metodo qui era il nostro obiettivo finale, non rivelare la verità ma che potesse raccogliere lo spirito di un’epoca lasciando lo spazio al futuro di giudicare. Al posto delle grandi paure che potevamo avere noi alla loro età, ora c’è un costante stato di angoscia, come se questa paura si sia trasferita all’interno. Anche se mi sembra che da altri punti di vista, i ragazzi di oggi sono molto più liberi di noi da condizionamenti che abbiamo subito”, dice Alice Rohrwacher.

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Che spiega anche l’inserimento delle immagini d’archivio relative ai tremendi fatti del G8 di Genova, avvenuti nel 2001: “Una cosa arrivata per caso, quando abbiamo incontrati i componenti di un coro e ci hanno detto che erano tutti studenti della Diaz. Sono tutti nati dopo quegli eventi e ci siamo accorti che erano passati 20 anni. L’età di questi ragazzi ci ha ricordato questo evento così importante, il passaggio dal social forum al social network. Abbiamo usato degli archivi e l’abbiamo fatto anche con materiale relativo alla nostra memoria. Gli eventi del 2001 sono stati traumatici e ci siamo domandati se secondo i giovani d’oggi c’era l’idea di un altro mondo possibile. Ci è sembrato importante che la parola ‘ribellione’ viene associata alla parola ‘violenza’ e ci siamo chiesti il perché”.

Il metodo scelto per realizzare Futura è stato quello dell’inchiesta pura, sulla scia del lavoro di documentazione di autori come Nuto Revelli e che trae ispirazione dalla lettura dei libri di Stefano Laffi. Nell’individuazione di un metodo di lavoro hanno rappresentato un riferimento le grandi inchieste realizzate negli anni ’60 e ’70 in Italia da registi importanti come Soldati, Comencini e Rossellini e prodotti dalla televisione di allora.

“Ormai i film si scrivono a tavolino, è tutto molto troppo controllato. E non credo sia giusto per la magia del cinema. Spero anche all’estero questo film possa farsi volano di altre opere collettive, realizzate in questo modo”, dice Pietro Marcello, che non esclude la possibilità di ritornare a confrontarsi con lavori di questo tipo: “Tra qualche anno credo ci verrà voglia di rifare qualcosa con i ragazzi”.

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