In Orizzonti un raggio di Sole

Carlo Sironi oggi a Venezia 76 con la sua opera prima: "Un film che si interroga sulla paternità all'improvviso, attraverso un caso-limite", dice il regista
In Orizzonti un raggio di Sole
Claudio Segaluscio in Sole

“L’idea che mi ha mosso era quella di raccontare come si diventa padri all’improvviso. Cosa significa diventare genitori? Ovviamente non ha a che fare semplicemente con il mettere al mondo una creatura con il proprio corredo genetico, ma piuttosto con un cambio di approccio rispetto alle proprie prospettive”.

Classe 1983, Carlo Sironi presenta oggi in Orizzonti a Venezia 76 il suo primo lungometraggio, Sole, film che lo riporta in Laguna sette anni dopo aver accompagnato il suo secondo cortometraggio, Cargo, candidato poi ai David di Donatello.

Il film segue la storia di Ermanno (Claudio Segaluscio), ragazzo apatico che passa le sue giornate tra slot machine e piccoli furtarelli. Nella sua vita irrompe Lena (Sandra Drzymalska), ragazza polacca arrivata in Italia per vendere la bambina che porta in grembo. Ermanno deve fingere di essere il padre della bambina per permettere a suo zio (Bruno Buzzi) e alla moglie (Barbara Ronchi), che non possono avere figli, di ottenere l’affidamento in maniera veloce, attraverso un’adozione tra parenti.

“Insieme alla co-sceneggiatrice Giulia Moriggi abbiamo fatto delle ricerche e ci siamo imbattuti in questi casi-limite”, spiega il regista, che aggiunge: “In Italia la maternità surrogata è vietata dalla legge, ci sono quindi molti espedienti illegali nel mondo delle adozioni, dove il traffico dei neonati è una realtà concreta. Ho contattato la Presidentessa del Tribunale dei Minori di Roma, Melita Cavallo, che mi ha confermato di aver affrontato personalmente casi come quello che poi avremmo raccontato nel film”.

Ma ciò che interessa davvero a Sironi è il percorso dei due giovani personaggi, Ermanno e Lena: “Il punto di vista che mi interessava di più non era quello dei futuri genitori, ma di questo finto padre. Imponeva una luce diversa su questo senso di genitorialità, mi sembrava interessante vedere questo ragazzino di 18 anni che non si era mai preso cura di niente e di nessuno che diventa padre all’improvviso”.

Si può definire un film “pro-life” nel senso più nobile del termine? “Beh sì, nel senso che l’arrivo di questa nuova vita crea un processo di cambiamento vero nell’esistenza di questi due ragazzi, di fatto due orfani. Come può essere mettere gli occhi su una nuova vita? Lo scarto arriva con questo senso di protezione che in maniera del tutto inaspettata coglie Ermanno. Sullo sfondo di una storia d’amore, atipica quanto vogliamo, ma che mi ha spinto ad usare un tono più tenero”.

E proprio sullo stile asciutto e le tonalità del film, il regista svela che una delle ispirazioni più forti dal punto di vista formale “è arrivata dal cinema del giapponese Mikio Naruse, che iniziò col muto ma pur attraversando le epoche delle varie rivoluzioni tecnologiche riuscì a mantenere nei suoi film delle tonalità sempre molto dolci. Non volevo discostarmi troppo dai dispositivi del cinema classico, insomma, prediligendo la semplicità, una certa frontalità diciamo, asciugare il più possibile qualsiasi cosa non necessaria. Dal punto di vista visivo, poi, insieme al direttore della fotografia (Gergely Poharnok, ndr), ci siamo fatti aiutare molto dallo stile del fotografo americano Todd Hido, cercando quella gradazione per la palette dei colori”.

Ambientato in una periferia senza nome (la casa e i dintorni dove si svolge gran parte del film è al quartiere Scacciapensieri di Nettuno, a pochi passi dalla location di Ride, opera prima di Valerio Mastandrea, ndr), “perché non volevamo lavorare sulla territorialità e restituire in questo modo l’idea di un luogo un po’ fuori dal tempo, che non fosse preponderante sulla storia”, Sole segna l’esordio sul grande schermo di Claudio Segaluscio.

“Dopo qualche provino con dei giovani attori ho capito che quello che cercavo in realtà era un professionista. Lo abbiamo trovato dopo uno street casting per le scuole di Roma: appena l’ho visto ho pensato che fosse identico a come lo avevo immaginato”, racconta Sironi.

Che ha già “iniziato a scrivere il secondo film, molto diverso da questo. E parallelamente porto avanti un’idea molto ambiziosa, non so nemmeno se e quando si potrà realizzare, ovvero l’adattamento di un romanzo giapponese degli anni ‘50”.

Infine un ricordo del padre Alberto, regista televisivo scomparso lo scorso 5 agosto: “Il suo insegnamento è iniziato sin da quando ero piccolo, con i tanti film che mi faceva vedere, a partire da Aurora di Murnau. Sul set con lui ci sono stato solamente una volta, come assistente, quando a 19 anni iniziavo a muovere i primi passi in questo settore”.

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