In Concorso? Non si può fare…

"Scrivetelo!", lamenta Bisio: direttore di una coop di "picchiatelli" post-Basaglia, nell'applaudita commedia di Giulio Manfredonia
30 Ottobre 2008
In Concorso? Non si può fare…
Claudio Bisio protagonista diSi può fare Foto Coccia

“Perché non è in Concorso? Non lo so”, dice il regista Giulio Manfredonia. “Scrivetelo”, ribatte Claudio Bisio. “Eravamo pronti a concorrere, anche se non sono Manoel de Oliveira”, aggiunge il regista, mentre il capo-comico di Zelig rincara la dose: “A me piace la gara…”.
Inizia con polemica la conferenza di uno dei film più applauditi dalla stampa al terzo Festival di Roma, ma presentato fuori competizione nella sezione Anteprima: Si può fare di Giulio Manfredonia, con Bisio, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston, Giorgio Colangeli, Bebo Storti e un nutrito gruppo di ottimi “picchiatelli”: Andrea Bosca, Giovanni Calcagno, Michele De Virgilio, Carlo Giuseppe Gabardini, Andrea Gattinoni, Natascia Macchiniz, Rosa Pianeta, Daniela Piperno, Franco Pistoni, Pietro Ragusa, Franco Ravera, Tony D’Agostino, Daniele Ferretti. Picchiatelli perchè il film, che esce domani in 95 copie distribuito da Warner Bros., inquadra, nella Milano da bere anni ’80, una cooperativa di malati mentali appena dimessi dai manicomi per la legge Basaglia dove, dopo l’allontanamento dal sindacato, viene mandato Nello (Bisio), “rosso” ma pronto a dialogare con il mercato: i disabili si traformeranno in provetti parquettisti.
“La sceneggiatura mi ha emozionato soprattutto perché – dice Bisio – non è una favola, ma una storia vera. Questa è la mia esperienza cinematografica più importante, quella che più mi ha richiesto un vero lavoro attoriale, da teatro”. “Una storia forte e ben raccontata – aggiunge la Caprioli – sulla linea di confine tra follia e non follia, in cui interpreto una donna desiderosa di affermare la propria individualità come tante negli ’80”. Scritto da Manfredonia con Fabio Bonifacci (anche autore del soggetto, “scritto in una sola notte nel 2002”) dopo aver frequentato la coooperativa Noncello di Pordenone e un centro di igiene mentale nell’hinterland milanese, Si può fare per Bisio conferma che “la Basaglia segna un punto di non ritorno, come il divorzio e l’aborto: una base di civiltà indelebile”, mentre, in riferimento al suo sindacalista Nello, l’attore sottolinea: “L’esistenza del sindacato è frutto delle lotte operaie dell”800: non per fare il marxista, ma il padrone cercherà sempre il profitto, per cui i lavoratori devono tutelarsi collettivamente. Lo scollamento odierno? Non lo vedo, il sindacato è una necessità dei lavoratori”.
Se per Bisio – “entusiasta di questo revival anni’80, per me un periodo indimenticabile, con la scuola al Piccolo e il decennio all’Elfo” –  “Si può fare si può dunque tradurre “si è fatto””, per Bonifacci “il suo sindacalista buono, un po’ vero e un po’ inventato, non fa scelte scontate: tra yuppismo e sinistra arroccata, sceglie la terza via: portare il disagio mentale nel mercato. Un’impresa utopica, ma anche realmente accaduta”, mentre per Manfredonia “il film è in delicato equilibrio tra Nello, che prova disagio negli anni ’80, e i picchiatelli, prima fuori dal mondo, e ora gettati nella realtà con la Basaglia, che pochi conoscono”.
Il regista rivela di aver “visto con la troupe il making of di Qualcuno volò sul nido del cuculo, cercando tra commedia e realismo di raggiungere quella stessa verità, oltre a documentarmi ampiamente, anche al museo della mente di Santa Maria della Pietà, tra letti di contenzione, elettroshock, e pure la malaria-terapia, con i pazienti trattati con mosche infette”.
Sulla scelta di Bisio quale protagonista, Manfredonia evidenzia “la grande sensibilità di Claudio per il mondo del lavoro, oltre a essere il mattatore e talent scout richiesti dal ruolo”, mentre per i picchiatelli c’è stato “un pre-provino durato tre mesi, con esercitazioni border-line al Museo della mente”.
Da ultimo, il regista spiega perché Si può fare non sia interpretato da veri disabili psichici: “Ideologicamente, per me il cinama si fa con gli attori, se no è documentario, che è pregevole ma un’altra cosa. Inoltre, mettere in scena dei malati con i propri disagi autentici non mi piace, mi sembra un’opzione da entomologo. E magari nemmeno avrebbe funzionato”.

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