Il regista di marionette

15 anni senza Stanley Kubrick, il genio che non amava le star
7 Marzo 2014
Il regista di marionette

Contrariamente alla fama di uomo scontroso, Stanley Kubrick perse la pazienza in pubblico in una sola occasione. Fu a ridosso dell’uscita di Full Metal Jacket, quando non riuscì a trattenersi davanti a un cronista che lo accusava di maltrattare gli attori: “I giornalisti esagerano! Parlano di me come fossi una specie di dottor Mabuse”.
Naturalmente aveva torto. A fornire pretesti alla stampa erano gli interpreti, che tacendo avrebbero reso al maestro un servizio forse peggiore. Nel caso dei geni i pettegolezzi, quando invecchiano, diventano miti. Ma quanto c’é di vero negli aneddoti che si tramandano? Molto, probabilmente. Il perfezionismo maniacale di Kubrick – unito al controllo assoluto sul film – non ammetteva intromissioni né iniziative personali. Il “tiranno” fece le sue vittime: da Kirk Douglas, che tagliò ogni rapporto con lui dopo l’estenuante lavorazione di Spartacus (celebre la sua dedica al maestro: “Una merda di talento!”), a Marlon Brando, che avrebbe voluto affidargli il timone de I due volti della vendetta prima d’impantanarsi nella personalità del regista, ingombrante più della sua.
Non si contano poi i ciak che faceva ripetere ai suoi attori. Tom Cruise non ha ancora dimenticato le 93 volte in cui dovette rifare la stessa scena in Eyes Wide Shut, e Malcolm McDowell dopo l’esperienza di Arancia Meccanica ha dichiarato: “Non ho più voluto incontrarlo. Non era il tipo col quale avresti preso volentieri una birra, ma un capo assoluto che ti usava senza vergogna. Non si arrabbiava né alzava mai la voce. Semplicemente ti ignorava e procedeva dritto per la sua strada. Era impossibile sapere dove ti avrebbe portato, e in fin dei conti non importava a nessuno: volevamo solo finire quel maledetto lavoro”.
Freddezza, fiducia cieca nei propri mezzi, annientamento della soggettività degli attori. Più che misantropia, la crudeltà di Kubrick è modus operandi, e il film un costrutto organico in cui ogni elemento ha senso solo accanto agli altri e dentro l’insieme.
Musica, luce, colore, recitazione, vengono destituiti del loro valore intrinseco per essere ridotti a unità sintagmatiche, tessere di un mosaico d’autore. L’attore diventa un mezzo, perciò lo si può usare senza vergogna; la soggettività un ostacolo al piano dell’opera.
Kubrick raramente utilizzò delle star, e trattò le poche che furono scritturate (Sellers, Nicholson e la coppia Kidman-Cruise) alla stregua di comparse. Era un regista di marionette, ma non per liberare “una tranquillità, una leggerezza, una grazia, da sbalordire chiunque abbia un’anima che pensa” (Von Kleist), ma al fine di piegare la personalità attoriale alle necessità dell’arte, il personaggio al giogo di un determinismo implacabile. Un punto, quest’ultimo, centrale nell’impianto filosofico kubrickiano. La distruzione della coscienza del singolo sotto i colpi dell’ordine storico-culturale è un tema che attraversa quasi tutta la sua filmografia (si pensi al filone “di guerra” Orizzonti di gloria, Il dottor Stranamore e Full Metal Jacket, o all’epopea di Barry Lindon). La pressione dell’ambiente è insostenibile, e si esaurisce solo con l’espropriazione di sé del soggetto (i personaggi catatonici di 2001 e gli “automi” di Eyes Wide Shut), o con la dissoluzione del legame psico-sociale col mondo (gli iperattivi “drughi” di Arancia Meccanica e il Nicholson di Shining).
Non c’è dialettica tra il “dentro” e il “fuori”. Il mondo esterno piega quello interno ai suoi dettami, lasciando all’individuo di Kubrick solo una disperante speranza: l’odissea all’alba di un uomo nuovo.
(Tratto da Rivista del Cinematografo n.3 marzo 2009)

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