Coen d’autore

"Nulla di personale", dicono del loro film i fratelli registi. Ma A Serious Man è una testimonianza di vita e poetica
2 Dicembre 2009
Coen d’autore

Nel caso dei Coen, esiste uno scarto tra le confidenze dei film e quelle concesse dai due autori. I primi sono indubbiamente più loquaci. Deve essere un vezzo dei grandi. A domanda, non rispondono. Meglio interrogare i film, allora. Quelli dei Coen sono cattedrali di senso affrescate da secchiate di nonsense. L’ultimo, A Serious Man (da venerdì 4 dicembre nelle sale), esemplare: un compendio dei loro temi e caratteri. Non a caso quello con maggiori spunti autobiografici, anche se sono pronti a smentire: “Nulla di personale”.
Sarà. Intanto il film è ambientato nel Midwest, dove Joel ed Ethan sono nati e cresciuti. La vicenda è datata 1967 – i Coen prediligono le storie da “c’era una volta”, perché il passato è una sorta di imprinting magico al racconto – e i fratellini si divertono a fornire aneddoti sul mondo che, da adolescenti in fiore, hanno conosciuto: la scuola e i bulletti sempre pronti a dartele di santa ragione, i compagni sfigati, i professori con le facce di un’era ormai estinta, walkman post-bellici e nascondigli maleodoranti di cannabis; poi le mura domestiche, le nevrosi e le piccole guerre familiari, l’odiata sorella e l’immancabile palla al piede di casa (qui uno zio squinternato), la vicina dei desideri e quello da incubi; infine la comunità ebraica di Minneapolis, con le sue fisionomie – i Coen si confermano straordinari artisti dei volti – le usanze, i riti di passaggio, le parabole dei rabbini, il senso metafisico delle radici.
Il protagonista, Larry Gopnik (interpretato dal bravissimo Michael Stuhlbarg) è un professore di fisica la cui vita va a pezzi: la moglie vuole il divorzio per sposare un amico compito e paraculo; il fratello finisce per mettersi nei guai con la giustizia per adescamento e sodomia; un alunno sud-coreano lo tiene sotto scacco con l’accusa di corruzione; il padre dell’alunno sud-coreano vuole denunciarlo per diffamazione; la commissione che deve assegnargli la cattedra viene sommersa da lettere denigratorie sul suo conto e il radiologo personale lo convoca perché ha, presumiamo, pessime notizie da dargli. Intanto un tornado di proporzioni ciclopiche si abbatte sulla città. Larry, come Ed (L’uomo che non c’era), il Drugo (Il grande Lebowski) e lo scettico nel prologo stesso di A Serious Man, è un altro eroe sfasciato nella mitologia al rovescio dei Coen: non solo inetti, come più volte è stato scritto, ma persone dotate di logica e affabilità in un mondo che ha smarrito entrambi. “Uomini passivi in situazioni devastanti”, riassumono i due. Ma il conflitto che il loro cinema – così colorato, divertente, musicato (e anche qui la colonna sonora, con le hit dei Jefferson Airplane, meriterebbe un discorso a parte) – mette in scena con tragica ritualità, è su un piano più generale e riguarda lo scontro mortale della razionalità col caos. L’assurdo vince sempre, incrina certezze granitiche e buon senso, sfigura il placido volto dei giusti. I Coen fanno spallucce ma A Serious Man è insieme lo specchietto retrovisore sul loro cinema e l’opera più schiettamente filosofica. Dietro l’uomo serio forse c’è Giobbe, ma dinnanzi a lui si eclissa l’Altissimo. Assente e Innominabile. Sull’argomento i fratelli tacciono. Apocalittici e disintegrati percorrono solitari la loro strada disperata, dimenticata dagli dei. Indifferenti ai sogni, alle bandiere e alla politica (“Obama chi?”, si chiedono divertiti), confermano che il sequel del Grande Lebowski non si farà. Alla faccia dei fan del Drugo. Leali però con chi ha scelto, come loro, di viaggiare in compagnia di eroi senza futuro.

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