Vizio di forma

Inherent Vice

USA - 2014
3/5
Vizio di forma
California, fine anni Sessanta. Doc Sportello, un investigatore privato dedito al surf e alle droghe, viene contattato da una vecchia fiamma che lo mette a conoscenza di un complotto per rapire il suo nuovo amante, un costruttore miliardario di cui è veramente innamorata. Prima ancora di avviare le indagini, il detective viene arrestato con l'accusa di aver ucciso un bodyguard dello stesso costruttore...
  • Durata: 148'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Specifiche tecniche: PANAVISION, 35 MM
  • Tratto da: romanzo omonimo di Thomas Pynchon (ed. Einaudi)
  • Produzione: JOANNE SELLAR, DANIEL LUPI, PAUL THOMAS ANDERSON PER GHOULARDI FILM COMPANY, WARNER BROS.
  • Distribuzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA
  • Vietato 14
  • Data uscita 26 Febbraio 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
“Il difetto è insito e prima o poi verrà fuori”. Chissà se Paul Thomas Anderson, oltre a “tradurre” in questo modo l’Inherent Vice (il Vizio di forma) a cui alludeva Thomas Pynchon intitolando così il suo settimo romanzo, presagiva anche l’esito del suo settimo lungometraggio da regista. Che parte da premesse di per sé impossibili, trascinare sul grande schermo (per la prima volta) uno dei romanzieri forse più intraducibili dell’era moderna. Farlo con il suo libro più “accessibile”, non equivale a rendere meno ardita l’operazione: siamo a cavallo tra i ’60 e i ’70, nella fantomatica Gordita Beach di Los Angeles; dal detective (strafumato) Larry “Doc” Sportello (Phoenix) si presenta la ex Shasta Fay (K. Waterston): il suo attuale fidanzato miliardario, gli racconta, sarebbe al centro di una losca trama da parte dell’ex moglie e del suo attuale ragazzo, decisi a rapirlo per poi intascarne le fortune.

In un mondo dominato dalla paranoia, dai neon e dagli allucinogeni, Sportello inizia a muoversi in tortuosi sentieri battuti anche dal tenente Christian F. “Bigfoot” Bjornsen (Brolin), che conducono nelle grinfie della misteriosa Golden Fang, struttura creata ad hoc da qualche dentista per evadere le tasse…

Dopo Il petroliere (un film sull’assenza di padri) e The Master (un film sull’assenza di madri), Vizio di forma – che riporta Anderson a misurarsi con la coralità già esibita in Boogie Nights e Magnolia – si inserisce in un percorso che tenta di rimettersi sulle tracce della “promessa americana” perduta.

Per farlo, il regista si affida ancora una volta a un Phoenix inimitabile e a uno stuolo di personaggi di contorno (la cantautrice Joanna Newsom nei panni di Sòrtilege e voce narrante), più o meno “invasivi” nell’andirivieni allucinogeno del trip intrapreso dal protagonista. L’atmosfera c’è, e respira a pieni polmoni anche grazie alle musiche (originali) di Jonny Greenwood più le hit del periodo, ma il rischio è che alle lunghe il film si accartocci su se stesso. Come se, nomen omen, non riesca a liberarsi dal proprio vizio di forma.

NOTE

- JOAQUIN PHOENIX E' STATO CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2015 COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA DI FILM COMMEDIA/MUSICAL.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2015 PER: MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE E COSTUMI.

CRITICA

"Non molti registi oggi possono dirsi Autori con la maiuscola, soprattutto in America. Ancora più rari sono gli scrittori rimasti sordi alla forza d'attrazione del cinema, oggi che i diritti d'adattamento dei libri si comprano quando il manoscritto è ancora in bozze. Basterebbe questo, oltre alla statura di Paul Thomas Anderson, a fare di 'Vizio di forma' (...) quel che si dice un evento. Curiosamente però il settimo film del regista (...) è forse anche il suo lavoro più accattivante e per dirla tutta divertente. Soprattutto per chi guardi agli anni degli hippies e della controcultura con un minimo di affetto se non di nostalgia. E conceda ogni umana comprensione alle debolezze di 'Doc' Sportello (un meraviglioso Joaquin Phoenix), nipotino di Philip Marlowe tutto sandali, spinelli e basettoni extralarge, che galleggia come può alla superficie di una California in piena transizione (...). La novità è nel tono divertito e postmoderno, fedelissimo a Pynchon, con cui il film dettaglia le peripezie di questo investigatore e la follia del mondo circostante. Scolpendo a colpi di situazioni assurde e di personaggi multistrato un microcosmo surreale e violento, repellente e affascinante, ma anche infinitamente più fantasioso, e paradossalmente leggibile, di quello in cui viviamo oggi. E l'inevitabile effetto nostalgia che aderisce a ogni film in costume come una seconda pelle. (...) sarabanda di personaggi senza identità certa e di domande senza risposta che costituisce la stoffa del racconto e al tempo stesso la sua consistenza in certo modo filosofica. Perché anche se ogni oggetto ha colori accesi e ogni comprimario (...) indossa la divisa della propria sottocultura, il labirintico 'Vizio di forma' è un grande film sul dubbio. Che trova nel perenne stupore di Phoenix e nell'ambiguità totale del suo sprezzante antagonista, l'agente Bigfoot (un fenomenale Josh Brolin), poliziotto, attore tv, supermacho ma forse gay e chissà che altro, il suo punto più alto. Anderson ha fatto film più nuovi, radicali e ambiziosi. Ma Pynchon non poteva trovare di meglio." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 25 febbraio 2015)

"(...) la bellezza di questo film è nelle sue immagini, nel suo movimento narrativo, in quel suo essere dolcemente irriverente, fuorilegge e fuorimoda come il suo protagonista (...). Troppa libertà nella sua vita, troppo poco «conformismo» come il cinema di P.T Anderson che dopo avere raccontato «padri» e «Maestri» (e prima ancora i ragazzini inghiottiti dall'industria dello spettacolo porno di 'Boogie Nights' o i petali impazziti di una 'Magnolia' americana tra televisione e antidepressivi) nel dopoguerra spaesato di 'The Master', disegna una nuova linea del suo paesaggio americano. (...) In questo «suo» Pynchon Anderson porta il cinema per lui importante (Altman intanto) e insieme l'amore per i suoi personaggi anche questo - sempre più raro al cinema, e invece molto diffuso nei film di quegli anni. (...) E un film politico nel senso più viscerale, che sta per un film libero, che guarda indietro senza patina di nostalgia, e nella sovrimpressione dei piani narrativi avvolti nell'intrigo della Storia e in uno stato di coscienza espanso, lascia intuire qualcosa del presente. Della vita e del cinema, coi suoi scossoni e la sua imprevedibile meraviglia (...)." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 25 febbraio 2015)

"Ancora una volta si avverte il gentile pubblico che l'intrigo del nuovo film di Paul Thomas Anderson (...) è quasi del tutto incomprensibile: ma non importa. (...) nessuno è perfetto, l'importante non è fare i conti morali del dare e avere ma sintonizzarsi sull'angolo dello sguardo del regista (...). In 150', con qualche increspatura ma un finale pronto per l'inconscio, Anderson trova bellezza nei peccati mortali: the «inherent» del titolo è un vizio interno e originale. Impersonando il confuso testimonial dei vizi Usa, lo scomposto Joaquin Phoenix traduce le scosse del penultimo Thomas Pynchon, memoria di alternativi sensi da Viet & Nixon, da 'Paura e delirio a Las Vegas' al 'Grande Lebowski', ma con voglia d'amore insoddisfatta, finendo con accecante sguardo in macchina, lui guarda noi In platea. Ricco di ruoli femminili bene incisi (Whiterspoon, Waterstone) e maschi di malinconica fragilità (Wilson, Del Toro, Brolin), il film è una tac inserita nella paura di allora, ultima sniffata e lungo addio prima di cedere al reaganismo, al cinema fantastico." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 26 febbraio 2015)

"(...), un noir, un thriller, un sogno psichedelico, che il venerato ( 'Magnolia', 'The Master') regista americano Paul Thomas Anderson (...) ha osato, primo e forse ultimo al mondo, trarre da un romanzo di Thomas Pynchon (...). Adesso che il film c'è, e c'è chi è subito corso a leggere o rileggere il libro, li ha trovati tutti e due incantevoli, di gran divertimento, capaci di rievocare un tempo e un luogo americano di gioventù pacifista e drogata, cancellato poi dalla rivolta contro la guerra in Vietnam, il piombare dell'Aids, la rivincita del conformismo reaganiano. In certi momenti il film pare 'Chinatown' di Polanski ( 1974 ), in altri 'Il lungo addio' di Altman (1973 ), ma Anderson è ovunque e pure Pynchon. (...) un labirinto di fatti, luoghi, personaggi che si inseguono, ed è come se anche lo spettatore fumasse marijuana e scivolasse nella storia come in una nebbia: e infatti pare normale che gli intrecci si accumulino e si sfaldino senza che a Doc, ma anche a noi, importi il nesso e pretenda una soluzione." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 26 febbraio 2015)

"Ispirata al modello di 'Il lungo addio' di Chandler, 'Vizio di forma' è una detective story virata in versione psichedelica e intessuta di citazioni fra cultura alta e cultura pop. (...) Primo regista ad aver avuto l'ardire di trasporre sullo schermo un romanzo di Thomas Pynchon, P. T. Anderson ha condensato la fitta materia della pagina concentrandosi soprattutto sul malinconico sentimento crepuscolare che caratterizza Doc, costretto - nella fatidica estate 1970 del processo a Charles Manson - a prendere atto che i valori libertario-anarcoidi degli anni '60 stanno tramontando; e che l'Età dell'Acquario sta cedendo il passo all'Età della Paranoia. Forse per questo, mentre nel libro la cornice è dettagliata, il copione ha i confini vaghi del sogno. (...) Per chi non abbia letto il libro non è facile seguire personaggi e snodi narrativi, ma il suggerimento è di lasciarsi andare al ritmo ipnotico del film. A non porsi troppe domande il viaggio ripaga, avvolgendo lo spettatore nella sua nebbia evocativa. Basettoni e capigliatura afro, Joaquin Phoenix conferisce a Doc il suo denso spessore e la sua sognante ombrosità; il solido Josh Brolin incide un magnifico Bigfoot, Wilson è uno svagato Coy, la colonna sonora di Jonny Greenwood mescola suggestivamente motivi d'epoca e musica originale." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 26 febbraio 2015)

"Il settimo film di Paul Thomas Anderson è il primo tratto da un libro - quello di maggior successo commerciale - del venerando e venerato Thomas Pynchon, sinonimo stesso di scrittore culto. (...) non è il miglior film di Anderson, anzi, ma non fa un cattivo servizio alla prosa di Pynchon: siamo nei territori della fedeltà, eppure, non sarebbe stato più auspicabile un tradimento complice ma intimamente irrispettoso del libro? Vexata quaestio, che affiora a ogni trasposizione, ma a uno bravo come Anderson non si può chiedere solo il fascino formale e la filologia poetica, al contrario, una rilettura del materiale di partenza secondo le proprie coordinate autoriali: qualcosa c'è, ci mancherebbe, ma le simmetrie e le assonanze tra il suo terzultimo film II petroliere (2007) e il penultimo The Master (2012) erano ben più evidenti e, concedetecelo, più esaltanti. Siamo anche qui nella decostruzione dell'immaginario e della sostanza americana, nello specifico, nel trascolorare della psichedelia Anni 60 nella paranoia di sistema, ma 'Vizio di forma' ha nel basso continuo stilistico che s'è scelto, il piano ravvicinato, il punto debole palese: è un film che si vede, spesso si guarda, ma raramente si segue. Pynchon per primo forse ne sarebbe contento, lo spettatore - temiamo - un po' meno (...) sempre ottimo Joaquin Phoenix (...) Brolin, super (...) Anderson è un'altra cosa: qualcuno glielo ricorda?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 26 febbraio 2015)

"Piacerà a chi magari s'aspettava il peggio. Cioè una trama gialla presa a pretesto per una delirante carrellata sull'America imbalordita e disorientata dalla guerra perduta in Vietnam, dal Watergate, dalla generazione hippie allo sbando. E invece il giallo c'è e funziona. E i personaggi di contorno (Josh Brolin, Del Toro) fanno faville." (Giorgio Carbone, 'Libero', 26 febbraio 2015)

"Ennesimo mattone del pomposo e pompato Paul T. Anderson che qui tocca il suo apice servendo un noioso e incomprensibile pasticcio, dal titolo profetico, nel vano tentativo di portare sullo schermo un libro difficilmente adattabile come quello di Pynchon. (...) Impossibile stare dietro a tutti gli stravaganti personaggi maltrattati dal regista per 148 minuti." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 26 febbraio 2015)
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