Vergine giurata

ALBANIA, ITALIA, SVIZZERA, FRANCIA - 2015
Hana Doda, una ragazza che cresce sulle montagne albanesi, in una comunità dove vige una cultura arcaica e maschilista che non riconosce alle donne alcuna libertà. Per sfuggire al suo destino Hana si appella proprio alla legge della sua terra, il Kanun: giura di rimanere vergine, prende il nome di Mark e si fa uomo, ottenendo gli stessi diritti degli uomini, ma rinunciando alla sua femminilità e ad ogni forma di amore. Un rifiuto che diventerà la sua prigione.

CAST

NOTE

- REALIZZATO IN COPRODUZIONE CON RSI RADIOTELEVISIONE SVIZZERA, IN COLLABORAZIONE CON PRETTY PICTURES; CON IL SUPPORTO DI EURIMAGES, MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO-DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA, BLS BUSINESS LOCATION SÜDTIROL-ALTO ADIGE, FILM-UND MEDIENSTIFTUNG NRW, KCC KOSOVO CINEMATOGRAPHY CENTER, REGIONE LAZIO-FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO, IN ASSOCIAZIONE CON BANCA DEL FUCINO, ALETEIA COMMUNICATION, SVILUPPATO CON IL SUPPORTO DEL PROGRAMMA MEDIA DELL'UNIONE EUROPEA.

- PROGETTO SELEZIONATO DAGLI ATELIER DE LA CINÉFONDATION, CANNES 2013.

- IN CONCORSO AL 65. FESTIVAL DI BERLINO (2015).

- LAURA BISPURI È STATA CANDIDATA AL DAVID DI DONATELLO 2015 COME MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE.

CRITICA

"Da quando il cinema ha abbandonato le certezze del racconto epico fatto di masse, guerre, lotte sociali, l'individuo è diventato il suo terreno d'elezione. Perché perdersi dietro a tanti personaggi quando ognuno di noi è una moltitudine? Le nouvelle vague anni 60 hanno declinato questa scoperta in chiave psicoanalitica, cercando in superficie echi del profondo. Ma oggi che i confini identitari (lingua, cultura, genere) svaporano, alla psiche si è sostituito il corpo. Anzi, il nostro corpo è diventato il motore stesso del racconto, la matrice di ogni possibile avventura. Dietro i tanti film 'transgender' di questi anni c'è insomma il riflesso di un'epoca che sfuma confini e differenze, o viceversa rinforza quei confini in chiave individuale (come prova la moda di tatuaggi e piercing). Ma che cosa succede se un mondo arcaico, tutto regole forti ed esplicite, entra in collisione con un mondo moderno e 'liquido' come il nostro? (...) Lo stile è forte e consapevole, il racconto un poco schematico e le intenzioni dell'autrice a tratti sovrastano un po' i personaggi. Un debutto importante, ma una regista deve ascoltare i suoi personaggi, non guidarli". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 marzo 2015)

"Al centro c'è la figura interpretata intensamente da Alba Rohrwacher, grande acquisizione del cinema italiano recente. (...) Volontariamente pesante e statico - che è una scelta di stile rispettabile - ma purtroppo anche gravato da un'ipoteca ideologica peraltro svolta senza troppa chiarezza, il film deve molto al carisma personale dell'attrice principale." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 19 marzo 2015)

"(...) debutto al lungometraggio della premiata cortista Laura Bispuri, che strizza la camera ai Dardenne, ovvero tiene il fiato sul collo ad Alba Rohrwacher (brava), sorta di Kaspar Hauser declinato in chiave antropologica, meglio, etnografica. Dal romanzo di Elvira Dones, una buona opera prima, che lega Albania e Italia con il filo del gender, ma senza garbugli pseudo-militanti: sarebbe forse servita più radicalità, non nello stile partecipato quanto nella poetica rassicurante, ma dobbiamo sempre farci del male?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 19 marzo 2015)

"(...) una storia di femminilità negata e poi ritrovata, di una prigionia che il corpo accetta in nome della libertà, ma poi rifiuta. Scabro come il paesaggio montano dov'è ambientato, ruvidamente poetico e coraggioso nel confrontarsi con una cultura così aliena, il film si accosta con rispetto a personaggi enigmatici e suggerisce la difficoltà di comprendere le regole di un mondo lontano. Impressionante l'interpretazione di Alba Rohrwacher." (Alessandra de Luca, 'Avvenire', 20 marzo 2015)

"Pretenzioso e barbosissimo melodramma psicologico di una regista al debutto(...). Che fatica tener fede alla promessa. Alba Rorwacher è immusonita come in tutti i suoi film. Che il suo cachet sia legato agli incassi?" (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 20 marzo 2015)
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