Una famiglia

ITALIA, FRANCIA - 2017
3/5
Una famiglia
Roma, oggi. A un primo sguardo Vincent, cinquantenne francese che delle sue origini ha mantenuto soltanto l'accento, e Maria, di una quindicina di anni più giovane, sembrano una coppia simile a tante altre. Quando prendono il metrò, si siedono vicini, abbracciati. Quando tornano a casa, fanno l'amore con passione, legati a doppio filo da un'attrazione reciproca che di solito caratterizza gli esordi di una storia d'amore, e non i rapporti consolidati come il loro. In una quotidianità vissuta prevalentemente al riparo delle mura di casa, anche la presenza di persone esterne sembra non soltanto superflua, ma persino evitata, come se entrambi bastassero all'altro e il resto del mondo non avesse importanza o, addirittura, non esistesse. Eppure, a uno sguardo più attento, è difficile non notare piccoli segni di inquietudine che provengono dalla metà femminile di questa coppia all'apparenza così unita. Maria è troppo vulnerabile, e troppo innamorata, per affermare il proprio malessere. E i suoi tentativi di ribellione, più che indicare una reale volontà di allontanamento dal compagno, assomigliano a richieste d'aiuto quasi disperate rivolte al suo "Vincenzo", e da lui puntualmente ignorate. Quello che Vincent non sembra capire è che Maria non sta mettendo in discussione il loro rapporto, ma il progetto di vita che finora hanno portato avanti insieme e che, di quell'isolamento dal mondo, è stato ed è tuttora il vero e unico motivo: un progetto spaventoso e segreto che Maria non ha più intenzione di far convivere con il suo amore.
  • Durata: 119'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: FABRIZIO DONVITO, BENEDETTO HABIB, MARCO COHEN PER INDIANA PRODUCTION COMPANY, CON RAI CINEMA, CON LA PARTECIPAZIONE DI BAC FILMS, IN COLLABORAZIONE CON MANNY FILMS
  • Distribuzione: BIM
  • Vietato 14
  • Data uscita 28 Settembre 2017

TRAILER

RECENSIONE

di Mirko Granata
Se il cinema italiano emergente gioca sulla spontaneità, il naturalismo, il pedinamento e tutta una serie di derivazioni neorealistiche, Sebastiano Riso punta consapevole al mélo, alla tensione fosca, alla cupezza costruita di immagini, luoghi, personaggi e sentimenti. Se ci si passa il paragone, punta al cinema di Fassbinder (con le dovute differenze e distanze). E lo conferma anche il suo secondo film, Una famiglia, in concorso a Venezia.

Il film racconta di una coppia - lui francese, lei romana, lui borghese, lei donna dal passato tormentato - che vivono mettendo al mondo figli che poi vendono a ricchi che non possono (o vogliono) averne. Ma questo rapporto borderline oltre il limite dell’abuso si comincia a incrinare quando lei vorrebbe tenersi il nuovo feto che ha in grembo. Scritto dal regista con Andrea Cedrola e Stefano Grasso, Una famiglia reinventa storie reali e atti processuali sul tema dell’utero in affitto e sul macro-tema della maternità attraverso un melodramma dal sapore ottocentesco.




Come una sorta di Primo amore di Garrone con la gravidanza al posto dell’anoressia, Una famiglia  sceglie di concentrarsi sul rapporto intimo ed estremo tra i due, partendo dai loro corpi e ampliandosi ai loro passati, al mondo che li circonda o li ha circondati: per farlo, Riso cerca soprattutto il lavoro di regia, la costruzione del ritmo ossessivo con cui far muovere la macchina da presa attorno ai due protagonisti (brava Micaela Ramazzotti, molto bravo Patrick Bruel), del rapporto viscerale tra personaggi e fisicità degli attori.

È un film sempre sul filo del cattivo gusto, perché estreme e sporche sono le vite e le miserie che racconta, ma che è pensato e realizzato attraverso un uso forte e sfacciato dell’emozione, che punta alla discussione e alla divisione, un film che sembra ricattatorio per via del tema, ma che invece prova a ricercare una via stilistica diversa al cinema delle periferie e delle borgate romane in cui la rinascita dei nostri autori rischia di arenarsi. Non è detto che ci riesca del tutto, gli inciampi di scrittura non mancano, ma come sguardo e presa sul film Riso ha fatto un passo avanti rispetto al claudicante esordio Più buio di mezzanotte.

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE CON IL CONTRIBUTO ECONOMICO DEL MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO-DIREZIONE GENERALE CINEMA.

- IN CONCORSO ALLA 74. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2017).

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2018 PER IL MIGLIORE SOGGETTO.

CRITICA

"(...) storia di utero in affitto narrata in tono uniformemente melodrammatico con punte di squallore 'poetico'. (...) Tutto il film pesa sulle spalle di Micaela Ramazzotti, che lo sostiene con qualche affanno." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 28 settembre 2017)

"È un film che formalmente ha i numeri in regola; e, volendo, sulla carta aveva anche il pregio di proporre un tema di cronaca, la piaga del commercio di neonati su commissione, in un registro di torbido mélo che avrebbe potuto arricchirlo di interessanti implicazioni umane. Ma tutto di ciò non succede. Giocando sul contrasto fra la palpitante Micaela Ramazzotti che non vuole più fare la mamma per procura e il compagno Patrick Bruel che la considera una macchina per far soldi, Riso ricama troppo di stile senza uscire dallo schema di un dramma che si consuma in se stesso, privo di vero sviluppo drammaturgico. Su uno sfondo cittadino inedito e ben fotografato, Bruel rimane consegnato al suo ruolo di cinico sfruttatore, la Ramazzotti resta confinata nella sua parte di fragile preda di un amore sbagliato, di vulnerata madre mancata; e l'emozione non scatta." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 28 settembre 2017)

"Pretenzioso e ermetico dramma italiano (...). Micaela Ramazzotti fa sempre lo stesso personaggio: insicura, piagnucolosa, ingenua, svitata. Grande attrice? Boh..." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 28 settembre 2017)
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