Un gatto nel cervello

ITALIA - 1990
Il regista Lucio Fulci ha una passione maniacale per i film dell'orrore. A furia, però, di girare episodi e immagini mostruose finisce con il perdere la testa e a confondere la fantasia con la realtà. Decide allora di consultare uno psichiatra...

CAST

NOTE

- LA REVISIONE MINISTERIALE DEL 18 DICEMBRE 2000 HA ABBASSATO IL DIVIETO DI VISIONE AI MINORI DA 18 A 14 ANNI.

CRITICA

"Il personaggio, che propone il tema del transfert e dell'ipnosi, è la trovata migliore del film perché l'altra buona idea, quella di confondere realtà e immaginazione, si consuma e si traduce soltanto in una ingenua e anche noiosa sequela grand-guignol di effettacci e cannibaleschi squartamenti. 'Un gatto nel cervello', lanciato in una stagione di veri delitti di cronaca ai quali la pubblicità del film fa ambiguamente riferimento, si avvale di buoni effetti speciali curati da Pino Ferranti e dallo Studio 2 e della colonna sonora di Fabio Frizzi. Privo della suspense e della violenza liberatoria che caratterizzano i più interessanti film del genere, 'Un gatto nel cervello' è molto simile a un personale videotape hard a basso costo e manca di quella architettura narrativa che nella ripetitività creativa ha reso in passato Fulci maestro ironico del genere." ('Il Corriere della Sera', 23 Agosto 1990)

"Attenzione a un meta-splatter come 'Un gatto del cervello' perciò: non darebbe uno straccio di idea perversa ai maniaci seriali e offuscati dalla follia della città vuota, di cui raccontano psicologi e giornali. E invece potrebbe dare qualche buona chiave per rileggere la mutazione lucida e ipertecnologica dell'immaginario contemporaneo. In 'Un gatto del cervello' l'artigianato tecnologico degli effetti speciali - vero soggetto della narrazione e grande variazione sul tema cyberpunk dell'identità violata si sposa con la dirompente tecnologia del videotape, usato dal professor Schwarz per ispirarsi. E quel videotape è un Videodrome che tocca i centri nervosi dello spettatore, viola le distanze estetiche, perpetua il mito dell'occhio che uccide. E' un parente stretto di quel camcorder - la telecamera portatile - che sarà uno dei protagonisti della prossima stagione televisiva. Ci credereste." (Alberto Piccinini, 'Il Manifesto', 15 Agosto 1990)

"Nel film, Fulci interpreta il ruolo di se stesso (commettendo, in senso inverso, lo stesso errore di certi attori che tentano la regia), un regista di film del terrore che rivive nella propria mente gli episodi più truculenti dei suoi film. Incomincia a non distinguere più la realtà dalla fantasia e si rivolge a uno psichiatra, il quale si rivela un vero maniaco assassino intenzionato ad uccidere la moglie scaricando però la colpa sul regista. Il film procede così fra un abbozzo di racconto giallo e la macelleria ossessionante che si è scatenata nel cervello del protagonista: poca suspense ma garanzia di scene ripugnanti. Comunque, l'esagerazione si rivela qualche volta sorella dell'ingenuità ed è paradossale, in mezzo a tanta ferocia, sentire il regista chiedere ai suoi attori 'il sesso più degenerato possibile' e accontentarsi di due maschi in uniforme nazista e due ragazze in guepière nera." ('Il Messaggero', 13 Agosto 1990)
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