Trevico-Torino... Viaggio nel Fiat-nam

ITALIA - 1973
Fortunato Santospirito è un giovane che da Trevico (Avellino) è giunto a Torino, convocato dalla Fiat. La prima sistemazione la trova nell'atrio della stazione in mezzo al fecciume di falliti e degenerati, poi alla mensa per i poveri e nel dormitorio pubblico. Un prete assistente sociale gli espone la situazione precaria degli immigrati meridionali e gli fornisce i primi orientamenti. Assunto in fabbrica, Fortunato osserva, ascolta, riflette e fa amicizia con un sindacalista comunista, anch'egli meridionale. Frequenta gli ambienti dove si riuniscono i meridionali, sente e legge gli incitamenti degli studenti di gruppi dell'estrema sinistra, fra i quali Vicky, ragazza saccente, simpatica e sincera a modo suo, fuggita da una famiglia priva di calore umano. Intanto ai suoi familiari comincia a mandare i primi soldi guadagnati e a scrivere loro le proprie impressioni. La vita è stentata, il lavoro durissimo è appesantito dalla frequenza delle scuole serali. I suoi incontri con Vicky si trasformano in un'amicizia, che si interrompe quando Fortunato ha ormai maturato una convinzione personale circa lo sfruttamento da parte del capitale, e la necessità che i problemi del Sud si risolvano al Sud.

CAST

NOTE

- GLI ALTRI INTERPRETI SONO ATTORI NON PROFESSIONISTI.

- NEI TITOLI DI TESTA ATTORI E TECNICI SONO ELENCATI IN ORDINE ALFABETICO E SENZA I RISPETTIVI RUOLI E MANSIONI.

- DIEGO NOVELLI, GIORNALISTA E MILITANTE POLITICO, E' STATO SINDACO DI TORINO DAL 1975 AL 1985.

CRITICA

"(...) La prima parte, di piglio documentaristico, è la migliore. Scola è molto efficace nel mostrarci ciò che avviene all'immigrato meridionale a Torino (...). Nella seconda parte il tentativo amoroso di Fortunato con la ragazza contestatrice aggiunge al sentimentalismo proprio della condizione dell'emigrante quello di un amore timido e casto che, appunto perché il film tratta un caso tipico, ha tutta l'aria di essere tipico e invece non lo è (...). Infine nella conclusione ci pare che Scola si sia lasciato prendere la mano dalla sua grande e un po' fredda bravura. Secondo noi il tono impassibile e dolente del documentario andava tenuto fino alla fine". (Alberto Moravia, "L'Espresso", 20 maggio 1973)
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